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Sciopero generale indetto dai Cobas per il 13 novembre

Nessuna risposta al nostro Appello ai sindacati, che con noi hanno indetto i grandi scioperi di maggio-giugno, per un nuovo sciopero e una manifestazione nazionale contro gli effetti nefasti della legge 107 e per un forte recupero salariale Convochiamo dunque per il 13 novembre lo sciopero della scuola, disponibili ad altre proposte di data che giungano in tempi rapidi, e ribadiamo l’importanza di una manifestazione nazionale Scrivevamo nel nostro Appello (del 19 settembre) ai Cinque sindacati Cgil-Cisl-Uil-Snals-Gilda, che con noi hanno promosso e gestito i grandi scioperi di maggio-giugno nella scuola: “Si susseguono nelle scuole enormi assemblee unitarie che testimoniano la volontà diffusa di impedire la realizzazione degli effetti nefasti della legge 107…Ma docenti ed Ata segnalano con forza che non si può rinchiudere tale lotta solo nelle singole scuole e chiedono che i sindacati che hanno condotto lo scontro con la cattiva scuola di Renzi diano vita ad un nuovo e plebiscitario sciopero generale della scuola e ad una oceanica manifestazione nazionale”. E poi, preso atto che i Cinque avevano indetto una giornata di mobilitazione in tale data, proponevamo che “il 24 ottobre si svolga una grandiosa manifestazione nazionale a Roma, da gestire unitariamente; e che si convochi nella prima parte di novembre uno sciopero generale della scuola per la cancellazione degli effetti nefasti della 107 e per un forte recupero salariale per docenti ed Ata”di quanto perso negli ultimi anni e in particolare a causa di sei anni di blocco contrattuale. Non abbiamo ricevuto risposte anche se sappiamo che i Cinque discutono da settimane, tra loro, sul da farsi. Poiché l’immobilismo non fa bene ai livelli di conflitto contro la cattiva scuola renziana né alla resistenza nelle scuole contro l’applicazione della 107, rompiamo gli indugi econvochiamo per il 13 novembre lo sciopero generale della scuola, ribadendo nel contempo la cruciale necessità che lo sciopero sia unitario per realizzare i livelli di partecipazione del 5 maggio e del blocco degli scrutini. Siamo quindi anchedisposti a rivedere la data(entro la prima metà di novembre, comunque)di fronte ad una proposta avanzata dai Cinque in tempi celeri, e pure favorevoli all’estensione dello sciopero al restante Pubblico Impiego. Perla manifestazione nazionaleriteniamo che la data preferibile resti il 24 ottobre. Qualora però ci sia disponibilità ad effettuare tale manifestazione in coincidenza con lo sciopero generale di novembre, potremmo accettare tale proposta, articolando anche noi la mobilitazione del 24 ottobre a livello regionale o interregionale. Ci auguriamo, dunque, che i tempi decisionali degli altri sindacati si accelerino e che si possa ricevere una risposta chiara ed ufficiale nei prossimi giorni. Piero Bernocchi portavoce nazionale COBAS 29 settembre 2015

Apppello della minoranza Flc

"Sciopero della scuola e manifestazione nazionale" Il movimento di opposizione alla legge di riforma della scuola sta cercando una via d’uscita alla situazione di disorientamento che sembra sempre più diffusa nelle scuole. Per il momento l’unica azione “forte” è stata assunta da Cobas e Unicobas (si è aggiunta la CUB nelle ultime ore) che hanno proclamato uno sciopero nazionale del comparto per il 13 novembre. Per il prossimo sabato 24 i sindacati del comparto hanno promosso manifestazioni regionali alle quali aderiranno anche i Cobas. Ma il “Vietnam in ogni scuola” minacciato a luglio, per il momento non si è visto. L’area “Il sindacato è un’altra cosa” (minoranza nella Flc-Cgil) dà una propria spiegazione dello scenario che si sta delineando: finora, sostiene questa componente della Flc, “il contrasto diffuso alla cosiddetta Buonascuola non ha trovato momenti di espressione unitari e di massa”. “La stagione si era aperta con la promettente assemblea nazionale bolognese del 6 settembre, indetta dalla LIP e che aveva raccolto la partecipazione di una sessantina di associazioni, comitati e strutture sindacali (tra cui la nostra) – si legge ancora nel comunicato dell’area sindacale – ma le settimane successive sono state dominate dalla confusione, dal disorientamento e dalla frammentazione del grande movimento di lotta della scorsa primavera”. Le responsabilità, a parere di “Il sindacato è un’altra cosa” sono assolutamente chiare: “Le scelte delle maggiori organizzazioni sindacali hanno contribuito in modo determinante a questa confusione ed a questa frammentazione: non hanno indicato un chiaro percorso di lotta sin dall’inizio dell’anno scolastico (assemblee con interruzione della didattica dappertutto il primo giorno di scuola; sciopero delle funzioni aggiuntive) e soprattutto non hanno previsto il rilancio della lotta a livello generale (sciopero nazionale della scuola e corteo nazionale a Roma)”. A questo punto si pone per il movimento anti-legge 107 il classico problema del “che fare?” La minoranza Flc non ha dubbi: “E’ necessario dare un segnale diverso e per questo raccogliamo l’invito della LIP ad avviare subito percorsi di confronto e coordinamento e ci impegneremo, nella FLC, nei territori e nelle scuole dove siamo presenti per riavviare una lotta di massa contro la legge 107, per costruire uno sciopero nazionale della scuola il più possibile esteso e partecipato, per costruire una grande manifestazione nazionale a Roma di docenti, ATA, studenti e cittadini”. Progetto che però sta diventando sempre più difficile da realizzare: per il 13 novembre è già proclamato uno sciopero di Cobas e Unicobas e per il 20 è in programma quello del pubblico impiego (e dunque anche della scuola) dell’USB. Trovare una nuova data che metta d’accordo tutti non sarà semplice. L’appello della LIP e della minoranza Flc rischia di cadere nel vuoto. E così, per intanto, chi intende scioperare contro la legge 107 potrà farlo solamente il 13 novembre; ma se LIP e minoranza Flc dichiarassero apertamente di voler sostenere l’iniziativa di Cobas e Unicobas potrebbero forse costringere i sindacati maggiori a prendere una decisione.

Scuola, l’ora di religione non interessa più

C’è ancora spazio per la didattica nella cattiva scuola di Renzi?

di Giovanni Di Benedetto

un-edificio-scuola-materna-coperto-di-arcobaleniLa legge 107 di Renzi non è ancora entrata a pieno regime e tuttavia gli effetti devastanti sulla tenuta della scuola pubblica sono ogni giorno che passa sempre più evidenti. È sempre più chiaro che a venire meno, in un dispositivo perverso che in questo momento sembra avere cancellato ogni possibile spazio di manovra, sia l’idea, cara ai nostri padri costituenti, di potere aspirare ad una scuola fondata sui principi di uguaglianza e di libertà. Uguaglianza nel diritto allo studio, nel tentativo di offrire a tutti le stesse condizioni di possibilità relativamente all’apprendimento, indipendentemente da quali possano essere le ragioni e le origini sociali. Libertà nel garantire l’esistenza di uno spazio laico e aperto nel quale possano esprimersi, senza condizionamenti di sorta, i plurali e molteplici stili di insegnamento. In fondo era questo il fine a cui aspirava l’istituzione degli organi collegiali con i decreti delegati del 1973. Scuole e docenti in concorrenza La dimensione aziendalistica sembra, in certi istituti e in certi collegi dei docenti, avere oramai la preminenza: è diventato sempre più frequente vantare i successi della propria scuola, in termini di iscrizioni, di riconoscimenti, di partecipazione alle iniziative pubbliche e ai congressi più strampalati (si sa, bisogna pur sempre riempire la platea di ascoltatori), di apertura di canali preferenziali per enti esterni che sono tutto fuorché preparati a svolgere la funzione di formatori e educatori. Tutto questo, non c’è dubbio, ha un certo consenso. Ci sono parecchi colleghi che preferiscono fare gli accompagnatori e dedicarsi all’intrattenimento piuttosto che stare in classe a lavorare sulla didattica. La “Buona scuola” premia questo indirizzo, valorizza la dimensione di progettificio, gratifica, anche economicamente, chi si sottrae alla fatica del lavoro in classe con gli studenti. Il problema è che questa retorica nauseabonda di auto incensamento spesso si inceppa sulla soglia della prima aula scolastica dove si entra per insegnare. Lo scarto tra i proclami e gli spot pubblicitari, che glorificano ogni istituto come il migliore degli istituti possibili, e la realtà, è sotto gli occhi di tutti. Eppure desta impressione e sconforto testare la doppiezza che spesso aleggia oramai nei nostri momenti di discussione all’interno degli istituti scolastici. I docenti che fanno finta di essere d’accordo, gli studenti che sanno che avranno garantita la promozione, i dirigenti che ipocritamente dichiarano di essere costretti a seguire le direttive ministeriali. Da tutto questo deriva che a essere danneggiati sono la didattica, il ruolo dell’insegnante, la sua autonomia e la sua integrità. La “chiamata diretta” del dirigente dall’albo territoriale crea discriminazioni inaccettabili tra i docenti, le norme relative alla “valorizzazione del merito” introducono di fatto, all’interno dell’istituzione scolastica, forme di competizione che mortificano la dignità professionale dell’insegnante, l’apertura attraverso l’alternanza scuola-lavoro ad agenzie esterne rende l’offerta formativa uno spezzatino di attività ed eventi senza senso che molto spesso non hanno alcuna ricaduta sulla crescita umana e intellettuale degli studenti. Insomma, l’aziendalizzazione della scuola pubblica sta avvelenando il clima mentale e sociale tra colleghi e personale all’interno della scuola e procurerà un danno profondo alle future generazioni abbagliate da miti egoistici, irretite dall’assunzione di modalità relazionali iperindividualistiche e narcotizzate dalla trasmissione di forme comportamentali narcisistiche e passivizzanti. La svalutazione della funzione docente e della didattica Da qui, e dal disagio psichico che nei giovani già adesso si sedimenta, deriva inevitabilmente la necessità di fare i conti con le retoriche della “Buona scuola”. Innanzitutto, mettendo alla berlina l’idea che una scuola davvero buona sia possibile esautorando lo spazio della didattica e sostituendolo con l’ideologia propagandistica e mercificante della formazione al lavoro. La riforma Renzi ha prodotto effetti disastrosi, non so quanto recuperabili sul piano della consapevolezza di sé, ossia sull’idea che, trasformati sempre di più in intrattenitori, imbonitori e accompagnatori, gli stessi insegnanti hanno della propria funzione docente. La didattica, si diceva, rischia di non avere più alcun peso. Se in passato, di fronte al susseguirsi di riforme distruttive, ci si poteva chiudere nella propria aula e continuare a lavorare per il bene del gruppo classe, adesso questa exit strategy non è più praticabile. Ora ogni occasione è buona per sottrarre sistematicamente il gruppo classe allo spazio della didattica, per saltare la lezione, in alcuni istituti si sono inventati pure le passeggiate didattiche ai grandi centri commerciali. Si veda, ancora, per esempio, il modo in cui è stata implementata l’alternanza scuola-lavoro. Nei licei sembra abbastanza chiaro che l’efficacia è nulla, se non per ciò che concerne l’effetto propagandistico che si avvale di retoriche come quelle che insistono nel sostenere che la scuola deve preparare all’inserimento nel mondo del lavoro. Tuttavia, l’ingresso di agenzie esterne nella scuola attraverso il dispositivo dell’alternanza, costringe a sacrificare ore di lezione, riduce il docente ad una cessione di sovranità a enti e personale spesso impreparati e che si muovono solo sulla base delle proprie esigenze organizzative, non certo in funzione dei bisogni formativi dei ragazzi. E così gli studenti, sottoposti in continuazione a un’inaudita quantità di laboratori, attività, spettacoli, performences teatrali e musicali, stage, come se dovessero essere piacevolmente intrattenuti, vengono umiliati e si disorientano annegando dentro una paccottiglia di proposte prive di un orientamento di fondo e un indirizzo di senso comuni. Li si può vedere smarriti e annoiati, demotivati perché confusi e sballottati da un dibattito ad un incontro con l’autore, da un laboratorio a uno stage, senza che abbiano cognizione di cosa stiano facendo. Per non parlare degli effetti sul mercato del lavoro: il buon economista sa che ogni dannata deflazione salariale passa per la creazione di un esercito di lavoratori sottopagati, senza contribuzione e flessibili. Servono anche a questo i nostri poveri studenti. Lavoro in classe versus intrattenimento La svalorizzazione della funzione docente e della didattica, del resto, fa il paio con un altro messaggio, più o meno sotterraneo, veicolato dalla scuola di Renzi. È la predilezione per un approccio che, si potrebbe dire, solletica e sollecita il narcisismo delle nuove generazioni: è la scuola 2.0, le attività che vi si svolgono devono essere veloci e fugaci, mai ripetitive, divertenti nella loro banale superficialità, in un certo qual senso devono avere una certa spettacolarità, cioè devono mostrarsi attraverso performances, apparire attraverso spettacoli, senza però che alla teatralità corrisponda un percorso di scoperta e crescita interiore. E, come si diceva, devono svolgersi, possibilmente, al di fuori dell’aula scolastica, prediligendo estemporaneità e un approccio mordi e fuggi. Ma a ben vedere è chiaro che, dietro la cortina fumogena dell’intrattenimento e del divertimento, si restringono gli obiettivi di apprendimento, limitati essenzialmente all’addestramento di una futura manovalanza passiva e al saper fare di una futura forza lavoro omologata. E il sapere pensare? Il problema è che un approccio del tipo di quello sopra descritto non esercita la funzione critica degli studenti e delle studentesse, non valorizza il loro diritto a diventare soggetti in grado di avviare autentici percorsi di liberazione. Mi viene in mente il romanzo di E. L. Doctorow “L’acquedotto di New York”, nel quale la voce narrante affidata a McIlvaine, caporedattore del “Telegram”, si affida a Edmund Donne, capitano della polizia municipale, per rintracciare il giovane giornalista freelance Martin Pemberton. Scrive Doctorow: “Il modo in cui arriva l’illuminazione … è attraverso minuscoli brandelli di monotona realtà, ognuno dei quali aggiunge il suo pezzetto di mosaico luminoso alla visione finale.” La bravura di Donne consiste nel suo metodico e certosino lavoro di investigazione e di ricerca. Lentezza, pazienza, costanza, riflessività, rigore, ripetitività, concentrazione, silenzio, monotonia, profondità, sono le parole a cui penso se devo calare nel lavoro di studio e di apprendimento gli elementi che possono condurre a processi di soggettivazione, ossia a percorsi formativi che conducano i discenti a diventare soggetti. Soggetti e non assoggettati. Insomma, occorre cominciare a capire che dobbiamo intraprendere un’operazione di verità, denunciando la poderosa operazione mistificante e omologante messa in campo dai poteri forti egregiamente rappresentati da Renzi e dai suoi corifei. E, per questa via, magari riuscire anche a fare i conti con l’assunto ideologico e fintamente neutro, per il quale si può pretendere, veicolando vuote parole d’ordine come formazione al lavoro, valorizzazione del merito, premialità delle competenze, di metter al bando la soggettività di docenti e discenti, e quindi il conflitto. Perché se è pur vero che, dopo le straordinaria protesta di massa delle primavera del 2015, si è innescata una spirale passivizzante che ha reso la categoria dei docenti rassegnata e, soprattutto, fin troppo timida e paurosa, è anche vero che le testimonianze di malessere e disagio di fronte alla finta modernizzazione della scuola voluta dalla legge 107 sono sempre più numerose. Dentro il contesto di crisi e stagnazione che attanaglia il Paese ormai da dieci anni non è detto che tali testimonianze non possano avere svolte inattese e, abbandonando la dimensione carsica cui sono costrette in questo momento, esplodere, tracimare e sfociare in una, quanto mai auspicabile, nuova stagione di lotte.

Cobas Scuola – “Vogliamo la trasparenza sul bonus distribuito ai docenti”

Da molte istituzioni scolastiche arrivano notizie secondo cui i Dirigenti scolastici si stanno rifiutando di pubblicare in modo integrale i dati relativi alla distribuzione del bonus previsto dalla Legge 107. In genere, i DS invocano il Codice sulla protezione dei dati personali, facendo riferimento all’art. 19 c. 3 del D. Lgs. n.196/2003, per il quale “la comunicazione…e la diffusione da parte di un soggetto pubblico sono ammesse unicamente quando sono previste da una norma di legge o di regolamento”, dando per scontato che questa norma non ci sia. In realtà, la fattispecie è normata in modo più generale dal c.1 dello stesso art. 19: “il trattamento da parte di un soggetto pubblico riguardante dati diversi da quelli sensibili e giudiziari è consentito, fermo restando quanto previsto dall’articolo 18, comma 2 (“qualunque trattamento di dati personali da parte di soggetti pubblici è consentito soltanto per lo svolgimento delle funzioni istituzionali”.), anche in mancanza di una norma di legge o di regolamento che lo preveda espressamente. E per “trattamento” l’art. 4 c. 1 lett. a) prevede anche la “comunicazione .. e la diffusione .. di dati”. Fermo restando che per essere una normativa che dovrebbe ispirarsi alla ricerca di un equilibrio tra tutela della privacy ed esigenza di trasparenza, il codice non brilla per chiarezza, è sicuramente plausibile affermare che per lo meno per la comunicazione e la diffusione di dati relativi al bonus all’interno dell’ istituzione scolastica non vi è bisogno di un’ espressa previsione normativa. Ma anche ammesso e non concesso che sia valida l’ interpretazione data da alcuni DS, in realtà delle norme che prevedono l’obbligo di comunicazione e diffusione dei dati relativi al bonus vi sono. Si tratta, in primis, dell’art. 18 c. 1 del D Lgs n. 33 /2013 come modificato dalla riforma Madia : “Obblighi di pubblicazione dei dati relativi agli incarichi conferiti ai dipendenti pubblici –(….) le pubbliche amministrazioni pubblicano l’elenco degli incarichi conferiti o autorizzati a ciascuno dei propri dipendenti, con l’indicazione della durata e del compenso spettante per ogni incarico” Nella voce “compensi” va ricompresa anche il bonus per la valorizzazione del merito, che è qualificato dal c. 128 della Legge 107 come “retribuzione accessoria”. Quindi, vanno pubblicati i compensi – con destinatari e importi – degli incarichi che sono stati oggetto di valutazione e, quindi, di retribuzione. Ma nell’art. 20 dello stesso decreto vi è una norma ancora più specifica: “Le pubbliche amministrazioni pubblicano i dati relativi all’ammontare complessivo dei premi collegati alla performance stanziati e l’ammontare dei premi effettivamente distribuiti. Le pubbliche amministrazioni pubblicano i criteri definiti nei sistemi di misurazione e valutazione della performance per l’assegnazione del trattamento accessorio e i dati relativi alla sua distribuzione, in forma aggregata, al fine di dare conto del livello di selettività utilizzato nella distribuzione dei premi e degli incentivi, nonché i dati relativi al grado di differenziazione nell’utilizzo della premialità sia per i dirigenti sia per i dipendenti.” Quindi, dal combinato disposto delle norme citate risulta obbligatorio pubblicare con accesso riservato alla sola componente docente: i nominativi dei destinatari del bonus con le relative attività; gli importi del bonus almeno per ogni voce – attività oggetto del bonus stesso; l’ammontare complessivo dei premi stanziati e di quelli distribuiti; il livello di selettività (per es. quanti sono gli inclusi e quanti gli esclusi tra i docenti di ruolo; se sono state usate delle fasce di retribuzione, quanta parte delle somme va alle varie fasce); il grado di differenziazione (per es. quale percentuale delle somme distribuite va ad una determinata percentuale di docenti..). Ma, al di là della querelle giuridiche, perché alcuni Dirigenti e – sembra lo stesso MIUR- temono il rispetto di un elementare principio di trasparenza (e di normale buon senso) concernente l’utilizzo di denaro pubblico? Forse temono ancora una qualche forma di ribellione di fronte ad un istituto che strutturalmente tende a scatenare la competizione individuale tra i docenti e a distruggere quel poco di collegialità e di spirito comunitario che sono rimasti nella nostra scuola pubblica? Così facendo entrano in contraddizione con lo spirito della 107, che stando a Renzi and company punterebbe a migliorare la qualità della scuola mediante la competizione individuale, per cui un docente non premiato – o premiato meno di altri- dovrebbe tendere a raggiungere e superare i bravi e i super bravi . Ma come si fa a raggiungere e scavalcare i bravi e i super bravi se non si sa neanche chi sono e quanto sono stati premiati?!!

Sostegno, un altro anno nero: cattedre coperte dai non specializzati. Mentre in molte zone gli abilitati sono disoccupati

I ragazzi disabili aumentano, i docenti specializzati mancano el’assistenza non è mai abbastanza. Il sistema italiano di sostegno è considerato uno dei migliori d’Europa per qualità e quantità. Ma andatelo a dire alle famiglie che ogni anno si ritrovano con i propri figli abbandonati. O a maestri e professori costretti avivere nell’incertezza. “Vorrei solo aiutare chi ne ha bisogno”, dicono loro. In molti casi, però, non è possibile. Da un anno il Ministero dell’Istruzione si arrovella su come cambiare la figura dell’insegnante di sostegno, ma il vero problema è uno e uno soltanto: la precarietà. Migliaia di posti scoperti perché non ci sono specializzati, decine di migliaia coperti ma solo con dellesupplenze. Con in più la beffa di personale qualificato che resta a casa senza lavoro perché magari è in graduatoria nella provincia sbagliata. Una situazione in cui perdono tutti. Eccetto forse le casse dello Stato, che risparmia centinaia di milioni grazie ai contratti a tempo determinato. leggi l’articolo

Scuola, i quota 96 resteranno in servizio. Inps: ‘Nessuno sa quanti sono, non si può calcolare quanto costerebbe pensionarli’

I cosiddetti “esodati della scuola” sono una delle categorie vittima della “Riforma Fornero” e il loro caso non sarà risolto neanche dalla Legge di Stabilità 2017. “Sarebbe bastato aprire una procedura apposita su Istanza online per avere una cifra precisa. Ma evidentemente non si è mai voluto farlo, è una sconfitta per la politica”, spiega Manuela Ghizzoni, senatrice Pd. “La maggioranza li ha abbandonati”, attacca Tiziana Ciprini, deputata del M5s

Cinque in pagella alla Buona scuola. Ma gli italiani salvano gli insegnanti

ILVO DIAMANTI

La “buona scuola”. È una riforma di bandiera per il governo presieduto da Matteo Renzi. D’altronde, fin dal titolo, riflette lo stile comunicativo del premier. Diretto e friendly.
Su una materia che coinvolge tutti i cittadini. Tutte le famiglie. E, per questo, dovrebbe unire, non dividere gli italiani. Per questo – anche per questo – il premier ha dedicato molto spazio alla scuola nella legge di bilancio 2016-17 presentata ieri.

LE TABELLE

Eppure, nonostante tutto, agli italiani, o meglio: a molti italiani, la Buona scuola non pare tanto “buona”. È ciò che emerge dal sondaggio di Demos-Coop condotto negli ultimi giorni. Certo, l’istituzione scolastica continua a suscitare grande fiducia, come dichiara oltre metà (52%) degli italiani (intervistati). Tuttavia questo dato appare in calo (4 punti in meno), rispetto all’anno scorso. Tanto più rispetto al decennio precedente: oltre 10 punti. Insomma, la scuola resta al centro dell’interesse dei cittadini. Ma, rispetto al passato, suscita qualche dubbio in più.  leggi l’articolo

12 maggio. sciopero contro i test Invalsi

di ANNA ANGELUCCI

Il 12 maggio si svolgeranno anche nelle scuole superiori le prove Invalsi ed io, come ogni anno, sciopererò, rinunciando a una quota non indifferente di uno stipendio miserevole, per esprimere il mio dissenso critico. Quel dissenso critico che ho manifestato, a voce e per iscritto, in tante occasioni, insieme a tutti quei colleghi, anche universitari, che hanno a cuore le sorti della scuola statale italiana. Un dissenso critico che è sempre rimasto – tenacemente, pervicacemente, ostinatamente – inascoltato dai nostri interlocutori: responsabili Invalsi, ministri, governi.

Considero l’espressione del mio dissenso critico un atto dovuto, pienamente coerente con la funzione docente che, per contratto e per impegno professionale, sono chiamata a svolgere. In questa funzione non rientrano soltanto la preparazione delle lezioni, la correzione dei compiti in classe, la programmazione didattica o il dialogo con le famiglie, ma anche, e soprattutto, l’esercizio quotidiano della mia formazione culturale e pedagogica, delle mie competenze disciplinari e didattiche, della mia pluriennale  esperienza di lavoro: ovvero, di tutto quello che fa di me un ‘tecnico’ della professione, che ha il dovere, e non solo il diritto, costituzionalmente sancito, di scegliere liberamente gli strumenti della valutazione dei propri alunni. Perché la valutazione o è parte integrante dell’attività didattica o non è. O è armonicamente e coerentemente inserita in un processo di insegnamento-apprendimento, in cui docente e alunni insieme costruiscono i saperi, in un percorso costantemente condiviso, o è un corpo estraneo, una perdita di tempo, un’esperienza inutile, ove non dannosa.   leggi l’articolo

Caro tenero Giovanni professore umbro,

Quijote Travels

Ho letto il tuo post infervorato sui 500 euro di Renzi. Li hanno intascati tutti, è vero; anche quelli che “berciavano” contro la riforma e che ora tacciono, col malloppo in tasca, pronti al prossimo piagnisteo”. Una vergogna, dal tuo punto di vista. Il “regalo immenso”, mi par di capire, spetterebbe solo ai servitori fedeli, quelli che una volta correvano in osteria a farsi un quartino alla salute del munifico padrone. Ma quel che conta è che oggi, caro vecchio professore, potrai finalmente correre in libreria  ad acquistare “quei due dizionari di psicologia costosi che puntavo da anni e non mi sarei mai potuto permettere.”

Fossi in te, caro Giovanni, aggiungerei anche un bignamino di economia. Ti aiuterebbe a capire le ragioni di tanti anni di desideri frustrati, di sguardi languidi non ricambiati dagli àlgidi dizionari, di sogni infranti dall’urgenza delle bollette. A confrontare il tuo…

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Lettera aperta ai sindacati

Domenica scorsa – 11 ottobre 2015 – si è svolta una riunione del Coordinamento nazionale dei Comitati LIP, che ha riflettuto sul disorientamento diffuso nelle scuole a fronte delle prossime scadenze previste in attuazione della L.107/15. Abbiamo registrato come, in mancanza di una piattaforma condivisa per contrastare nei singoli istituti il potere manageriale dei Ds, si sollecitano iniziative non solo diversificate, a volte addirittura contrastanti.

Di conseguenza si evidenziano difficoltà e talvolta inopportune contrapposizioni che non possono non preoccuparci. È palpabile il senso di impotenza, nonché di disorientamento, dei docenti, che sta minando le condizioni e il clima che avevano caratterizzato l’estate. L’unità sindacale, realizzatasi tra mille difficoltà, ma infine realizzatasi, in nome della difesa “costituzionale” della scuola pubblica è ciò che ha convinto e portato tutto il personale della scuola ad una partecipazione straordinaria e senza precedenti allo sciopero unitario del 5 maggio scorso.

Il suo incredibile successo è stato quello che ha consentito di disvelare a gran parte dell’opinione pubblica che la propagandata “Buona scuola” non era “in soccorso” della scuola, ma contro di essa. La forza del mondo della scuola durante l’iter parlamentare è stata la convergenza unitaria, confermata nelle assemblee del 12 luglio e del 6 settembre 2015. Ora che la Legge 107, dopo un’approvazione vergognosamente blindata e senza alcuna volontà di confronto e mediazione, è stata imposta, non solo la conservazione, ma addirittura l’ulteriore rafforzamento, di tale unità sarebbero ancor più necessari ed imprescindibili.

Spiace perciò constatare che non è stato finora possibile dare seguito alle conclusioni dell’assemblea del 6 settembre a Bologna per cercare di definire tutti insieme poche indicazioni chiare, precise e condivise da proporre ai lavoratori allo scopo di contrastare il più efficacemente possibile questa legge indecente. Facendo seguito a quanto già fatto nelle settimane precedenti, rinnoviamo pubblicamente l’invito ad un incontro congiunto che possa vedere – come è necessario – tutti intorno ad uno stesso tavolo, rendendoci disponibili sin da ora a far sì che i comitati locali operino nelle direzioni che potrebbero essere individuate. Il tempo sta passando, il disagio cresce, ed è motivo di ancor più forte preoccupazione rilevare che a tutt’oggi esistano già due diverse giornate di indizione di sciopero, a cui pare se ne possa aggiungere una terza.

Se, come abbiamo sempre creduto, l’unità realizzata in precedenza è un valore da salvaguardare – consentendoci di contrapporci con forza alle prepotenze governative, ma soprattutto di garantire alla Scuola statale il ruolo che la Costituzione le assegna per la formazione delle nuove generazioni – perché scioperi separati? La realizzazione di tale eventualità costituirebbe, a nostro avviso, un vero e proprio – ci si permetta – “scellerato” regalo al governo e determinerebbe scoramento e ripiegamento nelle scuole.

Tre scioperi distinti ed inevitabilmente “a bassa intensità” finirebbero con il togliere forza e prospettiva ad una lotta che ha invece necessità di manifestarsi ed essere vissuta in maniera ancora una volta determinata e compatta.

Vi chiediamo perciò, come il 5 maggio, di ritrovare responsabilmente le ragioni unitarie di un forte percorso comune e attendiamo una vostra risposta.

di Coordinamento Comitati LIP

Scuola, salari bloccati e scarsa carriera: gli insegnanti italiani agli ultimi posti in Europa per stipendio

Rapporto Euridyce: i professori italiani a metà della classifica europea per reddito, con un massimo (lordo) attorno ai 39mila euro, contro i 125mila euro dei colleghi del Lussemburgo – i più pagati – e i miseri 6mila dei colleghi bulgari. Oltre al valore assoluto pesa soprattutto il tempo necessario per raggiungere il limite salariale: 40 anni da noi, 20 nel Nord Europa, solo 10 in Irlanda

 

stipendi1Prima di varare “La buona scuola”, nel suo discorso di insediamento al Senato, Matteo Renzi aveva detto di voler “restituire valore sociale agli insegnanti”. Per il momento, però, i docenti italiani restano fra i meno pagati di tutto il continente. E sono gli unici, insieme a quelli di pochi altri Paesi, ad avere da anni lo stipendio bloccato.

È quanto emerge dall’ultimo studio di Eurydice, rete che fornisce informazioni e analisi sui sistemi educativi all’interno dell’Unione. Il rapporto Teachers’ and School Heads’ Salaries and Allowances in Europe – 2014/2015 (Salari dei docenti e dei dirigenti scolastici in Europa) contiene numeri poco lusinghieri per la nostra scuola. Lo stipendio di un insegnante italiano va da un minimo di 23.048 euro lordi nella scuola primaria e dell’infanzia, ad un massimo di38.902 euro nella secondaria di secondo grado (i licei). Tutti compensi che al netto si riducono di circa la metà (difficile superare i 1.800 euro al mese). Soprattutto, compensi che sfigurano al confronto dei vicini di casa. In Spagna un insegnante può guadagnare fino a 46.513 euro, in Francia fino a 47.185 euro, in Germania addirittura fino a 70mila euro. Eurydice ci colloca nella fascia centrale della classifica degli stipendi: lontanissimi dai miseri 6mila euro dei prof della Bulgaria, ma anche dai 141milaeuro di quelli del Lussemburgo, in testa alla particolare graduatoria.

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Non sono solo i valori assoluti a giocare a sfavore degli italiani. Il nostro Paese è anche quello dove esiste uno dei minori scarti del continente fra il minimo e il massimo salario che un insegnante può conseguire nel proprio percorso di carriera. Una delle questioni su cui più ha insistito il governo, che ha tentato di imprimere una svolta meritocratica all’avanzamento stipendiale.Prima tentando di abolire gli scatti di anzianità, poi ripiegando su un meccanismo di bonus supplementari. Il confronto col resto d’Europa, però, dimostra come il cosiddetto “primo contratto” sia molto vicino a quello degli altri Paesi (intorno ai 25mila euro), mentre la forbice si crea nel progresso degli anni. La differenza non è tanto nel come (per merito, o anzianità), ma nel quanto. All’estero la busta paga cresce di più e più velocemente: in Italia per toccare il massimo bisogna prestare 40 anni di servizio, nel nord Europa (Danimarca, Finlandia, Scozia) solo 20, in Irlanda del Nordappena 10.

C’è un dato su tutti, però, per cui l’Italia è fanalino di coda nel continente. Mentre più o meno ovunque negli ultimi anni gli stipendi sono aumentati, gli insegnanti italiani sono gli unici – insieme a quelli di Grecia, Cipro, Lituania, Slovania e Liechtenstein –  ad avere lo stipendio bloccato. Da noi, addirittura dal 2010 (misura valida per tutti gli statali, e di recente dichiarata illegittima dalla Consulta). Adesso verranno avviate le trattative per il rinnovo del contratto e arriveranno le misure de La buona scuola: i bonus meritocratici (per alcuni, non tutti), la “carta del prof” con 500 euro da spendere in formazione. Piccoli passi in avanti. Ma la strada da fare per avvicinarsi al resto d’Europa è ancora molto lunga.

Twitter: @lVendemiale

Una delibera modello sull’organico potenziato

Il collegio dei docenti dell’I.T.T. “F. Severi” di Padova, riunito il giorno 30 settembre 2015, ha deliberato a larga maggioranza (76 favorevoli, 3 contrari e 8 astenuti) che la richiesta dell’organico del potenziamento, sollecitata dal MIUR con nota prot. n° 0030549 del 21/09/2015, sia destinata prioritariamente per diminuire il numero degli alunni nelle classi più numerose.

In tal senso ha individuato i campi di potenziamento previsti nella scheda n° 2 (secondo ciclo) con le seguenti priorità.
1. Potenziamento Umanistico
2. Potenzamento scientifico
3. Potenziamento laboratoriale
4. Potenziamento linguistico
5. Potenziamento Socio Economico e per la Legalità
6. Potenziamento Motorio
7. Potenziamento Artistico e Musicale

Alcune brevi note a margine
Per arrivare a questo risultato (assolutamente non scontato e non in linea con quanto il Dirigente Scolastico aveva proposto) i docenti hanno lavorato in sinergia dopo essersi confrontati il giorno precedente in una assemblea sindacale interna.
In questa assemblea erano state riportate le indicazioni che il comitato di sostegno alla LIP Scuola aveva fornito con un documento del 25 settembre; va segnalato che nell’istituto nel presente anno scolastico sono presenti 42 classi: di queste 3 sono di 27 alunni, 18 classi sono di 28 e più alunni fino ad un massimo di 33).
Si è anche riflettuto sul fatto che ci sembrava poco dignitoso per i colleghi neoassunti dare indicazioni di tipo diverso, sapendo che questo li avrebbe relegati al ruolo di tappabuchi utilizzati per mansioni diverse per quelle per cui si sono professionalmente formati e hanno superato una prova abilitante.
Siamo consci che non è assolutamente detto che le nostre richieste verranno esaudite, ma ci sembra fondamentale far emergere le contraddizioni che il pessimo provvedimento della legge 107/2015 cela al suo interno.
Ripetutamente il ministro Giannini e il premier Renzi hanno detto che il problema delle cosidette “classi pollaio” avrebbe potuto essere superato con l’organico potenziato dell’autonomia: bene, è ora di vedere se questo può effettivamente essere.
Noi riteniamo che ciò non avverrà mai, viste le modalità con cui rischiamo che questo organico venga assegnato: la tendenza sarà quella di utilizzare docenti delle classi di concorso con bassa disponibilità di posti di cattedra da occupare, e non quella di venire incontro alle esigenze manifestate dalle single istituzioni scolastiche nelle proprie richieste.
Inoltre, a fronte degli sbandierati 7/8 insegnanti per istituzione scolastica promessi dall’attuale governo, i numeri forniti dal MIUR pochi giorni fa ci dicono che nella nostra regione (Veneto) i posti disponibili per l’organico potenziato per le 358 scuole secondarie di secondo grado presenti sono solamente 1767, cioè meno di 5 per istituto; infine la stessa nota del MIUR che impone alle scuole di segnalare le loro priorità, indica che “in ogni caso andrà assicurata una dotazione minima di norma non inferiore a tre posti per istituzione scolastica”.
Con queste premesse è chiaro che la scelta deliberata dal collegio vuole avere una connotazione anche e soprattutto politica: le false promesse vogliamo che vengano smascherate per quello che sono e vogliamo che ciò avvenga anche per poter poi segnalare a genitori e studenti che quanto normalmente è stato loro veicolato attraverso i media in questo ultimo anno è profondamente falso.
Riteniamo sarebbe utile che una decisione simile alla nostra venisse assunta nel più alto numero di scuole secondarie e che, viceversa, nelle scuole primarie ci si muovesse in linea con quanto proposto dal citato documento del comitato di sostegno alla LIP, cioè per ridare compresenze ai tempi pieni e ai moduli (oggi diventati puri tempi orari e non più modelli pedagogici), per garantire il sostegno necessario ai ragazzi disabili, per alfabetizzare degnamente i ragazzi migranti.
Pensiamo inoltre che delibere come quella assunta dal nostro istituto (e a livello di scuola primaria come quella assunta dal Collegio Docenti dell’I.C. Marconi di Concorezzo) dovrebbero essere condivise il più possibile anche da tutte le altre scuole italiane.
L’idea è quelle di raccoglierle e quando sarà chiaro che in nessuna situazione potrà essere effettuato quanto richiesto (e a larghe mani promesso da Renzi, Giannini, Faraone, Puglisi, Malpezzi & co.) andare a batter cassa..
La scuola non è del governo di turno, la scuola è di chi la vive tutti i giorni, la scuola è nostra.
RIPRENDIAMOCELA!!!

Carlo Salmaso
RSU dell’I.T.T. “F. Severi” di Padova

Notte bianca della scuola, quella che non si arrende

 

 

Dall’assemblea di Bologna del 6 settembre è uscita una data chiara, che è un richiamo simbolico e – al tempo stesso – la rappresentazione concreta che la scuola italiana non è disposta a farsi trascinare nell’inerzia con cui il Paese sta affrontando l’emergenza democratica: 23 settembre, notte bianca della scuola pubblica italiana.

Il 23 settembre è il giorno dell’equinozio, dell’equità tra giorno e notte. Equità ed uguaglianza sono principi che la nostra Costituzione declina a vario titolo e che compaiono fortemente scolpiti nella configurazione che la scuola pubblica assume, attraverso la Carta, come strumento dell’interesse generale: no a scuole di serie A e di serie B; no a scuole a marce diverse; no ad opportunità differenti ai cittadini di questo Paese sulla base del censo e della provenienza sociale; no a lavoratori con diritti diversi; no a scuole private che abbiano finanziamenti da parte della fiscalità generale; no alla scuola azienda, gerarchizzata, arbitraria, in cui la valutazione e la premialità non sono elementi che tentino di affrontare e migliorare le criticità, ma randelli impugnati più o meno arbitrariamente per rafforzare potere, incentivare pensiero unico, reprimere la libertà di insegnamento; libertà di insegnamento che non è un principio a vantaggio del singolo docente o della categoria, ma strumento dell’interesse della collettività, unica garanzia di una scuola democratica, inclusiva, laica, pluralista; no alla scuola dell’infanzia privatizzata e svincolata dal sistema scolastico nazionale; no all’avviamento professionale precoce governato dalle aziende e con la scuola incapace di opporsi allo sfruttamento.

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È per questo che è necessario, oggi più che mai, il coinvolgimento dei genitori e della società tutta. Un attimo di attenzione, voi che avete i figli che frequentano aule insicure, scuole a corto di personale Ata, tagliato “riforma” dopo “riforma”; istituti che prosciugano il contributo “volontario” per provvedere all’ordinaria amministrazione, che lo Stato non garantisce più, come non garantisce il diritto all’apprendimento dei vostri figli, stipati in classi pollaio, non garantiti nel principio della continuità didattica, “bessizzati” come in un serraglio di “diversità”, “invalsizzati” per stroncare il sapere critico analitico, curiosità, libertà, volo, semplificando a forza di procedure burocratiche quello che è infinitamente complesso: gli straordinari individui che sono ciascuno di loro.

Guardate cosa fa la scuola che non si arrende, nonostante l’arbitrio e la violenza con cui ci hanno imposto – a dispetto delle nostre argomentazioni e delle nostre controproposte – una legge che configura la scuola azienda, diritti diversi tra pari, un sistema di finanziamento alle private, l’uomo solo al comando, la completa assenza di qualsiasi valenza didattica o pedagogica; che rappresenta un’idea di scuola (e di società) in cui i destini sociali non trovano emancipazione, dove partecipazione e democrazia sono le grandi assenti; in cui le parole d’ordine sono dettate da una visione disumanizzante ed economicista. Rispettate la scuola democratica, che sa che una battaglia è persa; ma che non si arrende, perché è convinta delle proprie ragioni. Che sta in piazza non solo per noi, ma per voi, tutti, cittadini di un Paese sonnolento, che ha perso – insieme al buon gusto e alla vigilanza – il senso della democrazia e della solidarietà.

A Roma la Notte Bianca della scuola coinciderà con un presidio sotto il Miur (mentre i sindacati incontreranno il ministro) che continuerà quello – anticipato di poche ore, alle 15 – in Piazza delle 5 Lune, sotto il Senato della Repubblica, in corrispondenza delle decisioni sull’ammissibilità degli emendamenti sull’articolo 2 della legge Renzi-Boschi. A seguire un’assemblea presso l’istituto Jean Piaget, organizzata dalla Rete territoriale Cinecittà Bene Comune. Altrove, in moltissime città, iniziative tra le più diverse, letture pubbliche, spazio alla creatività, fiaccolate, cartoline itineranti della scuola pubblica, interventi, feste, spazi per i bambini. Tutti insieme, unitariamente: associazioni, comitati, singoli soggetti, in una condivisione trasversale di due istanze – alla partecipazione e alla vigilanza democratica  – che, ancora – non è e non può essere solo esigenza della scuola.

Qualche giorno fa a Ferrara ennesima pioggia di fischi per Giannini e i suoi, che hanno reagito attraverso il ricorso alla consueta propaganda di regime: incapaci di andare nel merito delle contestazioni e ignari di qualsiasi forma di dinamica democratica, hanno raccontato la loro personalissima mistificazione della realtà a suon di insulti – “fascisti, picchiatori” – con i quali unicamente sono in grado di rispondere al dissenso. La perla suprema è stata pronunciata da Stefano Versari, direttore generale dell’Ufficio Scolastico Regionale per l’Emilia Romagna: “Chi genera ansia in maniera negativa, cioè senza motivo, è uno stronzo” a proposito delle contestazioni: sofisticati aforismi a rappresentare la complessità del reale. Chi non ha cultura democratica non può esprimersi democraticamente: la stizza e la volgarità dimostrano che non si capacitino che la scuola non molla. E noi dobbiamo evitare di dargli un’impressione diversa.

Per il momento la giornata del 9 ottobre indetta dall’Uds e la manifestazione del 17 ottobre contro le disuguaglianze sociali e la miseriaorganizzata da Libera vedranno coinvolto il mondo della scuola, in attesa che – come hanno fatto i Cobas – anche gli altri sindacati (che per ora propendono per manifestazioni regionali il 24 ottobre) accolgano la richiesta dell’assemblea del 6 settembre  di una grande manifestazione nazionale, seguita da uno sciopero che continui a tener dentro il fronte sindacale compatto unitario che ha accompagnato la mobilitazione di questa primavera estate. Abbiamo una precisa responsabilità: la scuola non deve e non può mollare.

Marina Boscaino

La proposta COBAS di mozione/dichiarazione contro il sedicente “premio di merito”

Proponiamo di seguito un testo da adattare alle diverse situazioni: può essere una dichiarazione individuale o di gruppo dei docenti, oppure una bozza di mozione per gli organi collegiali.

* * *

CONSIDERATO CHE

la Legge n. 107/2015 prevede:

– l’istituzione di un “Comitato per la valutazione dei docenti” presieduto dal dirigente scolastico e composto da tre docenti (di cui due scelti dal Collegio docenti e uno dal Consiglio di Istituto), da due rappresentanti dei genitori (da un genitore e uno studente per la scuola secondaria superiore di secondo grado) e da un componente esterno individuato dall’USR;

– che il dirigente scolastico, sulla base dei criteri individuati dal comitato per la valutazione dei docenti, assegni annualmente ai docenti che ritiene “meritevoli” una quota del fondo istituito per la valorizzazione del merito;

CONSIDERATO INOLTRE CHE

i criteri sui quali si procederà alla valutazione dei docenti devono essere individuati sulla base:

  1. a) della qualità dell’insegnamento e del contributo al miglioramento dell’istituzione scolastica, nonché del successo formativo e scolastico degli studenti;
  2. b) dei risultati ottenuti dal docente o dal gruppo di docenti in relazione al potenziamento delle competenze degli alunni e dell’innovazione didattica e metodologica, nonché della collaborazione alla ricerca didattica, alla documentazione e alla diffusione di buone pratiche didattiche;
  3. c) delle responsabilità assunte nel coordinamento organizzativo e didattico e nella formazione del personale.

CONSIDERATO INFINE CHE

i docenti cosiddetti “meritevoli” riceveranno un premio in denaro per il quale il governo ha stanziato complessivamente 200 milioni di euro.

I SOTTOSCRITTI DOCENTI RITENGONO CHE:

(oppure)

IL COLLEGIO DEI DOCENTI (o IL CONSIGLIO D’ISTITUTO) RITIENE CHE:

– tale sistema di valutazione comporta uno sterile aumento della competizione individuale tra i docenti, mentre al contrario una scuola di qualità ha bisogno di effettiva collegialità e cooperazione;

– siffatto meccanismo di valutazione spingerebbe i docenti ad uniformare l’attività didattica adattandola a priori ai criteri prestabiliti, sacrificando di fatto la pluralità e la libertà d’insegnamento, nonché le reali e specifiche peculiarità della singola classe e dei singoli alunni;

– il potere deliberante sull’assegnazione dei premi dei dirigenti scolastici (che presiedono anche il Comitato, decidono sull’esito dell’anno di prova, scelgono i docenti a cui conferire l’incarico triennale) determini una forte gerarchizzazione e aziendalizzazione della scuola pubblica, minandone il pluralismo e la democrazia previsti dalla Costituzione.

PERTANTO I SOTTOSCRITTI DOCENTI DICHIARANO

– formalmente la propria indisponibilità ad essere individuati come docenti meritevoli al fine di continuare ad avvalersi pienamente della libertà di insegnamento garantita dalla Costituzione;

– la propria contrarietà all’istituzione del “Comitato per la valutazione dei docenti” e l’indisponibilità a candidarsi intale Comitato.

– Infine, nel caso in cui il Comitato venisse comunque costituito, chiedono che i membri siano designati dagli organi collegiali con il seguente vincolo di mandato:

– limitare esplicitamente il proprio operato all’espressione del “proprio parere sul superamento del periodo di formazione e di prova per il personale docente ed educativo” (art. 11, comma 4 del d.lgs. n. 297/1994 come modificato dalla l. 107/2015).

(oppure):

– oltre ad esprimere il parere sul periodo di prova dei docenti neo assunti, indicare come criterio unico di distribuzione dei fondi “le responsabilità assunte nel coordinamento organizzativo e didattico”, destinandoli principalmente a tutti i coordinatori e segretari dei Consigli di classe.

DATA ELENCO NOMI E FIRME

IL COLLEGIO DEI DOCENTI (o IL CONSIGLIO D’ISTITUTO)

DELIBERA:

– di non procedere alla designazione dei membri del Comitato di propria competenza, per garantire effettivamente la libertà di insegnamento, il pluralismo e la democrazia previsti alla Costituzione.

(o in alternativa):

– per garantire effettivamente la libertà di insegnamento, il pluralismo e la democrazia previsti alla Costituzione, di procedere alla designazione dei membri del Comitato di propria competenza con il seguente vincolo di mandato:

– limitare esplicitamente il proprio operato all’espressione del “proprio parere sul superamento del periodo di formazione e di prova per il personale docente ed educativo” (art. 11, comma 4 del d.lgs. n. 297/1994 come modificato dalla l. 107/2015).

(oppure):

– oltre ad esprimere il parere sul periodo di prova dei docenti neo assunti, indicare come criterio unico di distribuzione dei fondi “le responsabilità assunte nel coordinamento organizzativo e didattico”, destinandoliprincipalmente a tutti i coordinatori e segretari dei Consigli di classe

https://www.dropbox.com/home/RSU?preview=mozione+collegio+sul+merito.docx

La proposta dei confederali:

or

Contrattazione istituto e RSU

Contrattazione istituto e RSU. Nessuna modifica nella riforma, si apre fase di neo-negoziazione per trasparenza e parità trattamento

di Katjuscia Pitino

Non si metta in dubbio l’esistente e cioè il ruolo della contrattazione e della RSU perché per effetto della Legge 107 non sono diminuite le prerogative.

Attualmente, le modalità di realizzazione della contrattazione di istituto non subiscono nessuna variazione, certo è che il comma 196 della legge non può eliminare di colpo quasi trent’anni di contrattazione e di privatizzazione del pubblico impiego, già duramente compromessi dalla riforma Brunetta che ha ridotto le aree della contrattazione innescando un processo di rilegificazione del rapporto di lavoro e limitando gli ambiti di azione della stessa.

Ricordiamo che il TUPI, D.Lgs. n.165 del 2001 non è stato novellato dalla legge in parola, rimanendo intatto l’art.25 dello stesso, dedicato interamente alla dirigenza scolastica e il cui comma 2, espressamente sottolinea, senza nessuna modifica, che il dirigente è titolare delle relazioni sindacali e indi tenuto a svolgerle nei modi consentiti dalla legge.

Pertanto restano pienamente legittimate le materie dell’articolo 6 del CCNL sino a quando non si interverrà ad abrogare le norme di natura pattizia. Il comma 3bis dell’art. 40 del D.Lgs. n. 165 è ancora vivo e vegeto e così stabilisce: “la contrattazione collettiva integrativa assicura adeguati livelli di efficienza e produttività dei servizi pubblici, incentivando l’impegno e la qualità della performance ai sensi dell’articolo 45, comma 3. A tale fine destina al trattamento economico accessorio collegato alla performance individuale una quota prevalente del trattamento accessorio complessivo comunque denominato. Essa si svolge sulle materie, con i vincoli e nei limiti stabiliti dai contratti collettivi nazionali, tra i soggetti e con le procedure negoziali che questi ultimi prevedono; essa può avere ambito territoriale e riguardare più amministrazioni. I contratti collettivi nazionali definiscono il termine delle sessioni negoziali in sede decentrata. Alla scadenza del termine le parti riassumono le rispettive prerogative e libertà di iniziativa e decisione.” Non meno vivo è l’art.42 dello stesso decreto “Diritti e prerogative sindacali nei luoghi di lavoro” che attribuisce un ruolo fondamentale alla RSU nella difesa e nella rappresentanza delle esigenze dei lavoratori, con funzione di garante per un equo trattamento del personale e della distribuzione delle risorse all’interno della scuola; ergo il cosiddetto trattamento accessorio ex art.45 del D.Lgs. 165. Si tratta di articoli (artt. 40, 42 e 45) ancora vigenti che non hanno nessuna relazione col comma 196 sopracitato (legge 107).

Anzi alla luce di ogni possibile fraintendimento è auspicabile che all’interno delle scuole la RSU sia attiva e proattiva come non mai perché questo è il momento fondamentale di affilare le armi, non per essere combattivi ed indisponenti in toto nei confronti della controparte, rappresentata dal dirigente scolastico, ma per concretizzare ancora i principi di trasparenza e di parità di trattamento del personale tutto, a dispetto della sopravvenuta meritocrazia.

E’ un momento cruciale che si potrebbe definire di neo-negoziazione che determinerà un nuovo corso in cui tutti dovranno imparare a gestire a proprie spese gli effetti attuativi della cosiddetta Buona scuola. E non conviene a nessuno tentare di esorcizzare e sterilizzare le eredità del passato ― diritti conquistati dai lavoratori ― che la riforma vuole narcotizzare sotto una parvenza di novella imbelle. Alle RSU il ruolo di mantenere alto il nome dei lavoratori.

Altra cosa è la contrattazione integrativa di istituto rispetto alla questione della valorizzazione del merito, i cui criteri saranno stabiliti dal comitato, nella piena collegialità. Sarà il Dirigente scolastico, nella triste solitudine di un uomo solo al comando e con tanto di responsabilità e contenziosi che si profilano all’orizzonte, ad assegnare successivamente il relativo bonus. Sembra così che il famigerato merito, per cui si riceverà un compenso accessorio, sia stralciato dalla contrattazione, ma per posizionarsi su un piano che invece di innalzare la funzione docente, non fa altro che delegittimarla, creando attorno pericolosi focolai di conflitti. Ma degli sviluppi e degli effetti di questa perdente buona demagogia ne sapremo più avanti. Intanto le sigle sindacali più rappresentative si stanno attivando perché sia un autunno caldo.

Ritornando poi alla RSU, oggi più che mai è necessario un suo coinvolgimento dinamico nei luoghi occulti della discrezionalità, pericolo ambulante delle scuole, per poter rendere ancora più chiaro di quanto non lo sia già che l’istituto della contrattazione continua, malgrado tutto, il suo corso.

Fonte: Orizzonte scuola

Piketty: Ora tutti uniti contro l’austerità

La sinistra europea deve ripartire da Syriza

Dopo la vittoria di Tsipras toccherà alla Spagna di “Podemos”. Ma perché questa rivoluzione democratica possa riuscire a modificare il corso delle cose bisogna che Renzi e Hollande dicano chiaramente che il trattato sui bilanci va modificato.

di Thomas Piketty, da Repubblica, 27 gennaio 2015

Il trionfo elettorale di Syriza in Grecia potrebbe capovolgere la situazione dell’Europa e farla finita con l’austerità che mette a rischio la sopravvivenza del nostro continente e dei suoi giovani. Tanto più che le elezioni previste per la fine del 2015 in Spagna potrebbero produrre un risultato simile, con l’ascesa di Podemos. Ma perché questa rivoluzione democratica venuta dal Sud possa riuscire a modificare davvero il corso delle cose, bisognerebbe che i partiti di centrosinistra attualmente al potere in Francia e in Italia adottino un atteggiamento costruttivo e riconoscano la loro parte di responsabilità nella situazione attuale.

Concretamente, queste forze politiche dovrebbero approfittare dell’occasione per dire con voce alta e forte che il trattato sui bilanci adottato nel 2012 è stato un fallimento, e per mettere sul tavolo nuove proposte, tali da consentire una vera rifondazione democratica della zona euro. Nel quadro delle istituzioni europee esistenti, ingabbiate da criteri rigidi sul deficit e dalla regola dell’unanimità sulla fiscalità, è semplicemente impossibile portare avanti politiche di progresso sociale. Non basta lamentarsi di Berlino o di Bruxelles: bisogna proporre regole nuove.

Per essere chiari: a partire dal momento in cui si condivide una stessa moneta, è più che giustificato che la scelta del livello di deficit, così come gli orientamenti generali della politica economica e sociale, siano coordinati. Semplicemente, queste scelte comuni devono essere fatte in modo democratico, alla luce del sole, al termine di un dibattito pubblico e con contraddittorio. E non applicando regole meccaniche e sanzioni automatiche, che dal 2011-2012 hanno prodotto una riduzione eccessivamente rapida dei deficit e una recessione generalizzata della zona euro. Risultato: la disoccupazione è esplosa mentre altrove scendeva (sia negli Stati Uniti che nei Paesi esterni all’area dell’euro), e i debiti pubblici sono aumentati, in contraddizione con l’obbiettivo proclamato. La scelta del livello di deficit e del livello di INVESTIMENTI pubblici è una decisione politica, che deve potersi adattare rapidamente alla situazione economica. Dovrebbe essere fatto democraticamente, nel quadro di un Parlamento dell’Eurozona in cui ogni Parlamento nazionale sarebbe rappresentato in proporzione alla popolazione del rispettivo Paese, né più né meno. Con un sistema del genere, avremmo avuto meno austerità, più crescita e meno disoccupazione. Questa nuova governance democratica consentirebbe anche di riprendere in mano la proposta di mettere in comune i debiti pubblici superiori al 60 per cento del Pil (per condividere lo stesso tasso di interesse e per prevenire le crisi future) e istituire un’imposta sulle società unica per tutta la zona euro (il solo modo per mettere fine al dumping fiscale).

Purtroppo, oggi il rischio è che i governi di Francia e Italia si accontentino di trattare il caso greco come un caso specifico, accettando una leggera ristrutturazione del debito del Paese ellenico senza rimettere in discussione alla radice l’organizzazione della zona euro. Perché? Perché hanno passato un mucchio di tempo a spiegare ai loro cittadini che il trattato di bilancio del 2012 funzionava, e oggi sono reticenti a ritrattare quanto detto. E quindi vi spiegheranno che è complicato cambiare i trattati, anche se nel 2012 gli bastarono sei mesi per riscriverli, e anche se è evidente che nulla impedisce di prendere misure di emergenza in attesa che entrino in vigore nuove regole. Ma farebbero meglio a riconoscere gli errori finché sono in tempo, piuttosto che aspettare nuovi scossoni politici, stavolta dall’estrema destra. Se la Francia e l’Italia oggi tendessero la mano alla Grecia e alla Spagna per proporre un’autentica rifondazione democratica della zona euro, la Germania non potrebbe fare a meno di accettare un compromesso.

Tutto dipenderà anche dall’atteggiamento dei socialisti spagnoli, attualmente all’opposizione. Meno falcidiati e screditati dei loro omologhi greci, devono tuttavia accettare il fatto che faranno molta fatica a vincere le prossime elezioni senza allearsi con Podemos, che stando agli ultimi sondaggi potrebbe perfino arrivare al primo posto.

E non dobbiamo pensare, soprattutto, che il nuovo piano annunciato dalla Bce basterà a risolvere i problemi. Un sistema di moneta unica con 18 debiti pubblici e 18 tassi di interesse diversi è fondamentalmente instabile. La Bce cerca di giocare il suo ruolo, ma per rilanciare l’inflazione e la crescita in Europa c’è bisogno di un rilancio della spesa pubblica. Senza di esso, il pericolo è che i nuovi miliardi di euro stampati dalla Bce finiscano per creare bolle speculative su certe attività, invece di far ripartire l’inflazione dei prezzi al consumo. Oggi la priorità dell’Europa dovrebbe essere investire su innovazione e formazione. Per fare questo c’è bisogno di un’unione politica e di bilancio della zona euro più stringente, con decisioni prese a maggioranza all’interno di un Parlamento autenticamente democratico. Non si può chiedere tutto a una Banca centrale.

(Traduzione Fabio Galimberti)

(27 gennaio 2015)

Alle scuole private un fiume di soldi pubblici

Settecento milioni l’anno di denaro pubblico vanno ad aiutare gli istituti paritari, mentre lo Stato non ha soldi neppure per rendere sicure le aule. Un flusso che parte dal ministero dell’Istruzione, dalle Regioni e dai Comuni e finisce senza controlli ad enti privati di scarsa qualità o dove i professori ricevono stipendi da fame

C’è un paradosso nel mondo dell’istruzione che sopravvive alle riforme e ai proclami. Da una parte scuole pubbliche a corto di risorse, con 250 mila insegnanti precari ed edifici senza sicurezza come testimoniano i crolli nell’asilo di Milano e nella media di Bologna di inizio gennaio.

Dall’altra istituti privati che continuano a essere finanziati da Stato e Regioni con una dote che sfiora i 700 milioni di euro l’anno, senza che alle sovvenzioni corrisponda un controllo sulla qualità.

Il governo Renzi ha promesso di mettere mano almeno alle condizioni delle aule, con un piano di INVESTIMENTIambizioso che però stenta a partire proprio per la carenza di fondi: l’operazione richiede quattro miliardi di euro. Così il dossier “La buona scuola” considera inevitabile il sostegno agli imprenditori dell’istruzione: «Va offerto al settore privato e no-profit un pacchetto di vantaggi graduali, attraverso meccanismi di trasparenza ed equità che non comportino distorsioni».

Così ogni anno il ministero dell’Istruzione versa poco meno di mezzo miliardo alle paritarie.

Un lascito mai rimosso del secolo scorso, quando il maestro non arrivava nei paesi più remoti e ai piccoli studenti ci pensavano soprattutto le suore. La rivoluzione annunciata più volte da Renzi per la scuola non ha cambiato nulla.

Le due opzioni sono sempre sullo stesso piano, rispolverando un vecchio mantra caro al centrodestra italiano: la libertà di scegliere dove mandare i figli a scuola è sacrosanta e siccome le paritarie costano, ci vuole un aiutino. Tesi sposata in pieno anche dal ministro Stefania Giannini: «Dobbiamo pensare una scuola che sia organizzata dallo Stato o dall’iniziativa privata. Dobbiamo uscire dalla logica che ci siano gli amici delle famiglie contro gli amici dello Stato».

Per gli “amici delle famiglie” sono riservati per quest’anno 473 milioni, necessari ad accogliere quasi un milione di allievi dai tre ai diciotto anni. Fondi che arrivano da Roma in base al numero di sezioni e che solo negli ultimi anni sono scesi sotto quota mezzo miliardo

. La riduzione è stata di venti milioni, poco più del tre per cento imposto ai ministeri dalla spending review, ma ha fatto lievitare il malcontento. Come spiega padre Francesco Macrì, presidente della federazione degli istituti cattolici:«Siamo il vaso di argilla più debole di tutti, subiamo il taglio dei finanziamenti a fronte di una crescita di responsabilità e di impegni educativi».

Di diverso avviso Massimo Mari della Cgil:«Quella della Giannini è una presa di posizione degna dei governi democristiani. Con un problema mai superato: al centro dell’istruzione c’è il cittadino e non la famiglia. Finanziare la scuola cattolica contrasta con lo Stato stesso».
Ancora più tranchant la Rete studenti:«INVESTIRE nelle paritarie è un insulto ai milioni di ragazzi che frequentano istituti che cadono a pezzi, senza servizi e sotto finanziati».

Le statali italiane superano quota 41 mila, tutte le altre sono 13.625. Di queste, oltre 11 mila sotto forma di cooperativa, congregazione o srl offrono un ampio ventaglio di formazione.

Per stare in piedi chiedono una retta che può arrivare fino ad ottomila euro all’anno. Tanto. E allora oltre allo Stato ci pensano gli enti locali a dare una mano, con il buono-scuola della Regione Lombardia a fare da modello o gli aiuti dei comuni emiliani: a Bologna il milione di euro destinato ogni anno alle scuole d’infanzia è stato bocciato da un referendum. Governatori e sindaci alimentano un altro fiume carsico di denaro pubblico per le private, un federalismo scolastico stimato dalla Cgil in altri 200 milioni, che si somma alla sovvenzione ministeriale.

Un assegno in bianco, che non premia solo le eccellenze: finisce pure ad enti privati che non brillano per qualità o dove i professori ricevono stipendi da fame.

STORIE DI ORDINARIO SFRUTTAMENTO

Tra le distorsioni più frequenti delle private ci sono gli insegnanti alle prime armi che diventano vittime del ricatto.

Funziona così: per scalare la graduatoria nazionale devono accumulare punteggio con le ore di docenza, ma i professori a spasso sono così tanti che pur di mettere da parte ore utili sono disposti a salire in cattedra a gratis.

Lezioni a costo zero e tenuti sotto scacco nel purgatorio delle parificate per prendere il volo il prima possibile verso il paradiso delle statali. Paolo Latella, insegnante e sindacalista Unicobas, ha raccolto le testimonianze: «È un fenomeno così diffuso che tocca almeno il cinquanta per cento delle strutture. “Vuoi che ti pago quando c’è la fila fuori?” è la risposta più frequente data dai gestori senza scrupoli ai docenti disarmati». In centinaia firmano il contratto e una lettera di dimissioni senza data. È sufficiente aggiungerla e cacciarli. Senza strascichi in tribunale. Lo stipendio in diversi istituti è sotto la soglia di sopravvivenza: ci sono esempi di retribuzioni da 200-300 euro al mese, significa due euro all’ora. E poi un elenco vergognoso di condizioni a cui sottostare. Dai rimborsi della maternità da restituire, fino alla pratica del pagamento con assegno mensile da ridare in contanti alla segreteria.

Centinaia di casi, dall’Emilia Romagna alla Sicilia, con tanto di minacce e pressioni. Tutte segnalazioni anonime, come se fare la prof fosse un mestiere a rischio. «Per sei anni sono stata malpagata a Cagliari. Sei mesi fa ho fatto una denuncia all’ispettorato del lavoro e ho scoperto l’ovvio: i contratti a progetto che avevo firmato sono illegali». Dopo l’esposto però la beffa. Licenziata con una motivazione paradossale: «Mancanza di fiducia a causa del mio comportamento».

Epicentro del fenomeno la provincia di Caserta, dove si contano oltre 400 tra srl e cooperative e solo 217 istituti con lo stemma della Repubblica. Da qui arriva la storia di Maria: «Ho lavorato un anno intero senza ricevere neppure un euro, firmando però la busta paga. Ho fatto anche gli esami di idoneità senza portare a casa nulla, tutto sotto minaccia di licenziamento e di perdere posizioni in graduatoria».

In Campania nelle scuole private resiste anche la pratica dei “diplomifici”: pago tanto, studio poco e prendo il pezzo di carta. Ecco il racconto di una ragazza bolognese:«A Nola mi sono presentata tre volte per le prove scritte ed orali. Mi facevano copiare tutto». È una delle testimoni ascoltate dai finanzieri dopo il sequestro di due istituti nel Napoletano. La maturità partendo da zero, grazie a registri taroccati e atti pubblici falsi. Il tutto per 12mila euro in contanti. A chi organizzava la truffa sono finiti in tasca milioni di euro: in centinaia si sono catapultati qui da Roma, Foggia e dalla Sardegna. Per prendere un diploma che non vale nulla: dopo l’inchiesta i titoli sospetti sono stati cancellati.

SOPRAVVIVE IL SISTEMA FORMIGONI

Sul fronte dei finanziamenti, in Lombardia una dote ad hoc è stata il vanto dell’ex presidente Roberto Formigoni. Partiti nel lontano 2001, in tredici anni i contributi regionali hanno superato quota 500 milioni.

Messi a disposizione in nome della possibilità di scegliere: la libertà educativa è in mano ai genitori, che se vogliono iscrivere i propri figli nelle scuole cattoliche ricevono sostegno dal Pirellone, che sborsa una parte delle rette. Un sistema fortemente contestato dalla Cgil, come spiega Claudio Arcari: «Per come viene distribuita, la dote finisce alle famiglie benestanti, alimentando un diritto allo studio al contrario: tanto a chi si può permettere rette da migliaia di euro e nulla a chi ha poco».

L’aiuto non si è inceppato neppure con la bocciatura del Tar dello scorso aprile. Ecco come è andata. Due studentesse milanesi fanno ricorso: troppa differenza (a parità di reddito familiare) tra quanto destinato a loro – tra 60 e 290 euro – e quello che va a una coetanea privatista, che può intascare fino a 950 euro. Una disparità non accettabile per i giudici amministrativi: «Senza alcuna giustificazione ragionevole e con palese disparità, le erogazioni sono diverse e più favorevoli per chi frequenta una paritaria».

La sentenza è tuttavia una vittoria a metà perché è stata respinta la parte del ricorso che colpiva il sostegno economico.E anche per quest’anno scolastico sono arrivati trenta milioni di euro sotto forma di dote. La scelta del leghista Roberto Maroni è stata copiata dal compagno di partito Luca Zaia.

Il governatore veneto ha messo sul tavolo 42 milioni(21 per gli asili nido e altrettanti per le scuole d’infanzia) con questa motivazione: «Il Governo ci vorrebbe più impegnati nella costruzione di asili pubblici. Noi diciamo che questa è la nostra storia e che non ci sono alternative alle comunità parrocchiali e congregazionali. In Veneto non cerchiamo e non vogliamo nessuna alternativa».

PRIMA GLI ULTIMI

Non sempre vince il malaffare. Oltre ai predatori voraci e governatori generosi, non mancano le buone pratiche: inclusione sociale, esperienze di eccellenza e una visone moderna dell’insegnamento.

A Rimini il centro educativo italo-svizzero (Ceis) è stato fondato nel dopoguerra dal Soccorso operaio elvetico. Una istituzione privata  laica che col tempo è diventata un modello: niente cattedre, orari flessibili e classi che  gestircono in autonomia le lezioni per oltre 350 bambini fino a dieci anni. Di questi, cinquanta hanno una qualche forma di disabilità, oltre il triplo di una scuola pubblica.

Un’attenzione simile a quella riservata dall’Istituto per le arti grafiche di Trento, di proprietà della congregazione dei Figli di Maria Immacolata, ma finanziata interamente dalla Provincia.

È normale trovare in ogni classe almeno un paio di ragazzi con handicap. «Il dualismo normalità-disabilità va superato»,afferma il direttore Erik Gadoni: «Ognuno può portare un contributo al gruppo in cui è inserito». Ottimi i risultati anche sul fronte dell’autismo. Rudy è un ragazzo con la sindrome di Asperger: quando entrò la prima volta si nascondeva sotto il banco. Grazie un percorso ad hoc allargato alla famiglia e ai compagni, la sua capacità relazionale è migliorata.

E adesso Rudy ha lasciato Trento per iscriversi all’università. Una vita normale, dopo cinque anni e tanti INVESTIMENTIper la sua educazione. A buon fine.

Ha collaborato Paolo Fantauzzi

 

Rodotà: “Ripartiamo dal basso, senza la zavorra dei partiti” 

stefano rodotà“Solidarietà” è il titolo del suo ultimo libro. Qual è, professor Rodotà, l’importanza di riaffermare tale concetto nel 2015? 

E’ un antidoto per contrastare la crisi economica che, dati alla mano, ha aumentato la diseguaglianza sociale e diffuso la povertà. Una parola tutt’altro che logorata e storicamente legata al nobile concetto di fraternità e allo sviluppo in Europa dei “30 anni gloriosi” e del Welfare State. Poi il termine è stato accantonato e abbandonato. La solidarietà serve a individuare i fondamenti di un ordine giuridico: incarna, insieme ad altri principi del “costituzionalismo arricchito”, un’opportunità per porre le questioni sociali come temi non più ineludibili. La crisi del Welfare non può sancire la fine del bisogno di diritti sociali. Sono legato anche al sottotitolo del libro, “un’utopia necessaria”, la solidarietà va proiettata nel presente ed utilizzata come strumento di lavoro per il futuro: l’utopia necessaria è la visione.

Lei ha parlato di “costituzionalismo arricchito”. Quali sono le pratiche da cui ripartire per riaffermare i diritti sociali in tempo di crisi economica, privatizzazioni e smantellamento dello Stato Sociale?

Mutualismo, beni comuni, reddito di cittadinanza sono gli elementi innovativi e costitutivi di un nuovo Stato Sociale, almeno rispetto a quello che abbiamo conosciuto e costruito nel Novecento. Durante la Guerra Fredda, i sistemi di Welfare sono stati una vetrina dell’Occidente di fronte al mondo comunista, una funzione benefica volta ad umanizzare il capitalismo in risposta al blocco sovietico. Ragionare sulla solidarietà come principio significa riconoscerne la storicità ed oggi è necessario arricchire le prospettive del Welfare. Ad esempio il reddito, inteso in tutte le sue fasi legate alle condizioni materiali, significa investimenti ed è possibile solo grazie ad un patto generazionale e ad una logica solidaristica dell’impiego delle risorse.

Nel libro cita gli studi della sociologa Chiara Saraceno la quale si interroga sull’idea di Stato Sociale come bene comune. Qual è il suo giudizio?

Il discorso esamina la capacità ricostruttiva della solidarietà che è frutto di una logica di de-mercificazione di ciò che conduce al di là della natura di mercato: ristabilire la supremazia della politica sull’economia. Qual è stata la logica in questi anni? Avendo un tesoretto ridotto, sacrifichiamo i diritti sociali. Tale ragionamento va respinto al mittente. Quali sono i criteri per allocare tali fondi? Come li distribuiamo? Finanziamo la guerra e gli F35 o utilizziamo quei soldi contro lo smantellamento dello Stato Sociale? La scuola pubblica, come dice la nostra Carta, non va resa funzionale al diritto costituzionale all’istruzione? Invece si finanziano le scuole private…

E i famosi 80 euro del governo Renzi possono essere considerati come forma solidaristica e di Welfare?

No, manca l’intervento strutturale. La Cgil ha reso pubblici alcuni dati: con quei soldi si sarebbero potuti creare 4oomila posti di lavoro. Appena si è parlato del bonus  per le neomamme, ho pensato fosse più utile stanziare quelle risorse per la costruzione degli asili nido. Solo un vero discorso sulla solidarietà ci consente di stilare una gerarchia che pone al primo posto i diritti fondamentali. E per questo la modifica dell’articolo 81 della Costituzione, nel quale è stato introdotto il pareggio di bilancio, è un duro colpo per la democrazia. Abbiamo posto fuori legge Keynes.

Altro punto dirimente: la prospettiva europeista. Sappiamo bene quanto le politiche di austerity siano dettate dalla Troika e le nostre democrazie siano ostaggio della finanza; come pensare la solidarietà fuori dai confini nazionali?

Dobbiamo guardare all’Europa, il discorso sulla solidarietà ha un senso esclusivamente se usciamo dalla logica nazionalista, altrimenti si impiglia. Solidarietà implica un’Europa solidale tra Stati con una politica comune e coi diritti sociali come fari. Con Jürgen Habermas dico che è un principio che può attenuare l’odio tra i Paesi debitori e quelli creditori. Persino Lucrezia Reichlin ha parlato di Syriza con benevolenza perché sta avendo il merito di riaprire una riflessione in Europa su alcuni temi non più rimandabili. L’austerity ha fallito ed aumentato le diseguaglianze. Fino a qualche mese fa, i difensori del rigore giustificavano l’enorme forbice tra redditi alti e minimi affermando di aver tolto migliaia di persone dalla soglia di povertà. La diseguaglianza come conseguenza del contrasto allo sfruttamento. Una tesi smentita dagli stessi eventi.

Spesso le viene rivolta la critica di pensare esclusivamente ai diritti dei cittadini ma mai ai doveri. Come replica all’accusa?

E’ una vecchissima discussione che si svolse già a Parigi nel 1789. E la Costituzione italiana ha legato diritti e doveri: l’art. 2 si apre col riconoscimento dei diritti delle persone ma poi afferma che tutti devono adempiere ai doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. Il tema dei doveri viene sbandierato per chiedere sacrifici alle fasce più deboli mentre rimangono al riparo i soggetti privati forti e le istituzioni pubbliche. Vogliamo discutere dei doveri? Facciamolo senza ipocrisie. Ad esempio, si dovrebbe riaffermare l’obbligo di non esercitare l’iniziativa economica e la libera impresa in contrasto con sicurezza e dignità dei lavoratori. Tale strategia ha fallito e politicamente ha generato un’enorme crisi della rappresentanza: il rifiuto della Casta non sarebbe così forte se non ci fosse stato un ceto politico dipendente dal denaro pubblico.

Le elezioni in Grecia hanno assunto una valenza europea. La vittoria di Syriza e del suo leader Alexis Tsipras incutono paura alla finanza e ai poteri forti. Siamo davvero davanti ad un passaggio storico per invertire la rotta in Europa?

Il voto di domenica ha un’importanza enorme soprattutto dopo il deludente semestre italiano a guida Matteo Renzi. Il suo arrivo a Bruxelles aveva generato aspettative per le sue promesse di mettere in discussione gli assetti costituzionali europei. Nulla di tutto ciò, nessun negoziato, eppure non era così costoso intraprendere il discorso dell’“utopia necessaria” della riforma dei trattati. Tsipras può rappresentare la riapertura della fase costituente europea. È la mia speranza. Riapertura perché nel 1999 il Consiglio europeo di Colonia stabilisce la centralità della Carta dei diritti ma poi il processo si è chiuso nel ciclo dell’economia. Una vera e propria controriforma costituzionale. L’Unione europea oltre ad avere un deficit di democrazia ha un deficit di legittimità. Il deficit può essere recuperato attraverso i diritti fondamentali, ispirati alla dignità e alla solidarietà, e non al mercato. Altrimenti i rischi sono gravi, e non si parla di uscita dall’euro ma di deflagrazione dell’eurozona e di sviluppo di movimenti xenofobi ed antieuropei come quelli di Marine Le Pen e Matteo Salvini.

Se il semestre italiano non ha dato nessun segnale di discontinuità in Europa, quel che resta della sinistra nostrana guarda con ammirazione e speranza alla Grecia di Tsipras. È mai possibile la nascita di una “Syriza italiana” che unisca tutte le forze a sinistra del Pd?

In Italia siamo indietro e rischiamo di rifare alcuni errori. Mentre capisco la scelta del “papa straniero” Tsipras, non condivido l’idea di una “Syriza italiana”. È una forzatura. In Grecia Syriza ha raggiunto l’attuale consenso perché durante la crisi economica ha svolto un lavoro effettivo nel sociale dove ha garantito ai cittadini diritti e servizi grazie a pratiche di mutualismo: penso alle mense e alle cliniche popolari, alle farmacie e alle cooperative di disoccupati. In Italia la situazione è differente.

Oltre a Syriza, la Troika guarda con preoccupazione al repentino sviluppo di Podemos, il partito spagnolo che sta scuotendo la Spagna. Syriza e Podemos, seppur differenti sotto alcuni aspetti, sembrano le due forze capaci di trasformare gli assetti in Europa. Podemos rompe con tutti gli schemi classici della sinistra novecentesca e fa della Casta e dei banchieri un bersaglio politico. La sinistra italiana, per rinascere, non dovrebbe affrontare anche il tema della crisi della rappresentanza?

In questi anni c’è stata una drammatica deriva oligarchica e proprietaria dei partiti e la capacità rappresentativa è venuta meno anche per la consapevolezza che il potere decisionale fosse esterno alle sedi legittime e in mano a poche persone. La Corte Costituzionale ha emesso due importanti sentenze: una contro il Porcellum, decretando illegittima la legge elettorale in vigore, l’altra contro i soprusi del marchionnismo, stabilendo che non potesse essere esclusa la Fiom dagli stabilimenti. Lego queste due fondamentali sentenze perché entrambe pongono il problema della rappresentanza. E lo pongono nell’impresa e nella società cioè nel lavoro e nella politica, nei diritti sociali e in quelli civili. E’ un punto importante sul quale non abbiamo riflettuto abbastanza ed è la via per far recuperare legittimità alle istituzioni e alla politica.

Per sopperire alla crisi economica e politica nel Paese, il direttore di MicroMega Paolo Flores d’Arcais ha più volte insistito sulla necessità di dar vita a una forza “Giustizia e libertà”, un soggetto della società civile. Che ne pensa?

La sinistra italiana ha alle spalle due fallimenti: la lista Arcobaleno e Rivoluzione Civile di Ingroia. Due esperienze inopportune nate per mettere insieme i cespugli esistenti ed offrire una scialuppa a frammenti e a gruppi perdenti della sinistra. Chi pensa di ricostruire un soggetto di sinistra o socialmente insediato guardando a Sel, Rifondazione, Alba e minoranza Pd sbaglia. Lo dico senza iattanza, ma hanno perduto una capacità interpretativa e rappresentativa della società. Nulla di nuovo può nascere portandosi dietro queste zavorre. Rifondazione è un residuo di una storia, Sel ha avuto mille vicissitudini, la Lista Tsipras mi pare si sia dilaniata subito dopo il voto alle Europee. Ripeto: cercare di creare una nuova soggettività assemblando quel che c’è nel mondo propriamente politico secondo me è una via perdente. Bisogna partire da quel che definisco “coalizione sociale”. Mettere insieme le forze maggiormente vivaci ed attive: Fiom, Libera, Emergency – che ha creato ambulatori dal basso – movimenti per i beni comuni, reti civiche e associazionismo diffuso. Da qui, per ridisegnare il nodo della rappresentanza.

Il suo giudizio sui partiti esistenti è molto duro. Ma per una coalizione sociale non ci vuole tempo, addirittura anni?

Ci vuole pazienza e occorre ricostituire nel Paese un pensiero di sinistra. A livello istituzionale abbiamo assistito alla chiusura dei canali comunicativi tra politica e mondo della cultura, ciò si è palesato durante la riforma costituzionale. Come negli anni ’60-’70, per il cambiamento istituzionale, deve tornare la rielaborazione culturale. Il lavoro che ha svolto MicroMega in questi anni è prezioso e va continuato in tal senso. Insieme a Il Fatto sono le due testate che hanno tenuto dritta la barra. Ora vanno moltiplicate le iniziative, vanno connessi i soggetti sociali (anche attraverso la Rete) e va recuperato quel che c’è di produzione culturale operativa. Infine, tassello fondamentale: organizzazione. Tali processi non possono essere affidati semplicemente alla buona volontà delle persone.

In tutto questo, qual è il suo giudizio sul M5S? Il grillismo è in una crisi irreversibile?

Non so se i 5 stelle siano definitivamente perduti, di certo stanno perdendo molteplici chance. Il movimento ha deluso le aspettative: non ha ampliato spazi di democrazia, non ha inciso in Parlamento e in qualche modo ha accettato le logiche interne. Serpeggia una profonda delusione tra gli stessi elettori grillini. Mentre la vera novità è lo sviluppo di un’opposizione sociale al renzismo, l’embrione della coalizione sociale di cui parlavo prima.

Si riferisce alla mobilitazione autunnale contro il Jobs Act?

Renzi ha vinto senza combattere, non c’era nessuno sulla sua strada. Nessuno in grado di contrastarlo, nemmeno Giorgio Napolitano che secondo le mie valutazioni politiche aveva investito sul governo Letta. Ora si sta muovendo qualcosa: Susanna Camusso e Maurizio Landini si sono ritrovati per uno sciopero unitario. Persino la Uil è stata costretta a schierarsi. Si è rivitalizzato il sindacato. Il governo Renzi ha cancellato tutti i corpi intermedi e la Camusso, rendendosi conto dell’attacco subito, deve riconquistare il suo ruolo. Individuare soggetti sia rappresentativi che di opposizione sociale è un dato istituzionalmente interessante. Oltre ad essere un dato politico rilevante. Si è manifestata un’opposizione sociale.

Però siamo ben distanti dai 3 milioni portati in piazza da Sergio Cofferati in difesa dell’articolo 18, e la Cgil viene comunque da anni di politiche concertative…

Sono confronti impensabili, il tessuto del nostro Paese è stato logorato da mille fattori nell’ultimo decennio. Anche dalla crisi economica. Con l’impoverimento drammatico le frizioni e le condizioni di convivenza obbligata diventato più difficili. Una situazione conflittuale che va oltre alla “guerra tra poveri”. Le condizioni materiali della solidarietà sembrano distrutte.

Coalizione sociale, primato della solidarietà e nuovo rapporto tra cultura e politica. Sono questi gli ingredienti necessari per ripartire?

Prima mettiamo in relazione i soggetti sociali, in primis il sindacato, con le reti civiche e strutturiamo un minimo di organizzazione, rilanciando l’attivismo dei cittadini. Da tempo propongo alcune riforme e modifiche dei regolamenti parlamentari per dare maggiore potere alle leggi di iniziativa popolare. Ad inizio legislatura, in concerto con il gruppo del Teatro Valle, abbiamo inviato ai parlamentari una serie di proposte su fine vita e reddito minimo garantito… non sono nemmeno arrivate in Aula. In questo momento nella democrazia di prossimità, quella dei Comuni, si diffondono pratiche virtuose, penso ai registri per le coppie di fatto, per il testamento biologico, ai riconoscimenti nei limiti possibili di diritti fondamentali delle persone. A Bologna si è proposto di cogestire alcuni beni e il nuovo statuto di Parma è pieno di esperienze simili. C’è una democrazia di prossimità che va presa in considerazione. Così come il ruolo della magistratura.

Come collegare la figura dei magistrati alle questioni sociali?

I partiti di massa erano i referenti delle domande sociali, le selezionavano e le portavano in Parlamento. Io c’ero, me lo ricordo. Questo non esiste più. Regna un modo autoritario di individuare le domande sociali e il vuoto politico è stato colmato dalla magistratura. La Consulta è intervenuta in questi anni su diritti civili, dal caso Englaro alla Fini Giovanardi sulle droghe o alla legge più ideologica, quella sulla fecondazione assistita. Poi le già citate sentenze su legge elettorale e conflitto Fiom-Fiat. Qui non c’è giustizialismo, ma il ruolo di una magistratura – attaccata e in trincea per difendersi dagli attacchi di Berlusconi e salvaguardare autonomia e indipendenza – che ha maturato una propria elaborazione culturale per fronteggiare emergenza politica e garantire la legalità costituzionale. L’aver individuato nella figura di Raffaele Cantone un soggetto politico ha un’importanza storica visto che in Italia la corruzione è ormai strutturale.

Lo dimostrano gli ultimi casi di cronaca, la criminalità organizzata si è fatta istituzione come abbiamo visto con lo scandalo di Mafia Capitale…
Prima si parlava solo di tre regioni in mano ai poteri criminali: Calabria, Sicilia, Campania. Quando qualcuno osò parlare, giustamente, di infiltrazioni mafiose al Nord, l’ex ministro Roberto Maroni pretese le scuse. Ora invece grazie ad una serie di inchieste (Ilda Boccassini, Giuseppe Pignatone) sappiamo che questo è un dato strutturale: i poteri criminali occupano il territorio non solo fisico ma ormai anche istituzionale. E la corruzione non passa solo per il denaro pubblico rubato ma come un meccanismo endemico dello Stato. Il giustizialismo assume un fattore centrale e qualsiasi tentativo di silenziare i magistrati va contrastato.

Un’ultima domanda, la questione della leadership. Chi vede a capo della coalizione sociale?

Bah, spesso si cita il nome di Landini ma mi astengo dal rispondere. Non è prioritaria la questione. È palese che oggi la coalizione sociale ha una sua maggiore evidenza perché la presenza del sindacato è il dato nuovo e accresce le responsabilità di Landini e della Fiom. L’importante è uscire dagli schemi classici e visti finora: non dobbiamo pensare al recupero dei perdenti dell’ultima fase o ai pezzetti ancora incerti (minoranza del Pd). Così non possiamo basare l’iniziativa sul M5S. Sarebbe un errore. I 5 stelle hanno una loro storia, vediamo che faranno in futuro e semmai una coalizione sociale riuscisse a rafforzarsi, capire come reagiranno. Questo è il punto.

(22 gennaio 2015)

Luciano Gallino – Gli effetti nefasti del Jobs Act

scuola1Uno dei principali esiti del Jobs Act, a danno dei lavoratori, sarà la liquidazione di fatto del contratto nazionale di lavoro (cnl), in attesa di una legge — di cui il governo parlerà, sembra, a gennaio — che ne sancisca anche sul piano formale la definitiva insignificanza rispetto alla contrattazione aziendale e territoriale.

D’altra parte la strada verso tale esito nefasto era già stata tracciata dagli accordi interconfederali del giugno 2011 e del novembre 2012 (non firmato dalla Cgil). In essi venivano assegnate al cnl dei compiti del tutto marginali rispetto alla sua funzione storica: che sta nel difendere la quota salari sul Pil, cioè la parte di reddito che va ai lavoratori rispetto a quella che va ai profitti e alle rendite finanziarie e immobiliari. Grazie al progressivo indebolimento del cnl, dal 1990 al 2013 tale quota è diminuita in Italia di circa 7 punti, dal 62 per cento al 55. Si tratta di oltre 100 miliardi che invece di andare ai lavoratori vanno ora ogni anno ai possessori di patrimoni, dando un contributo di peso all’aumento delle disuguaglianze di reddito e di ricchezza.

Questo spostamento di reddito dal lavoro ai profitti e alle rendite ha pure contribuito alla contrazione della domanda interna. Un top manager può pure guadagnare duecento volte quel che guadagna un suo dipendente, ma quanto a consumi quotidiani, dagli alimentari ai trasporti, non potrà mai rappresentare una domanda pari a quella di duecento dipendenti.

Oltre che tra i lavoratori e le classi possidenti, le disuguaglianze aumenteranno tra gli stessi lavoratori. La facoltà conferita alle imprese, comprese decine di migliaia medio-piccole, di regolare mediante accordi sindacali anche locali sia il salario, sia altre condizioni cruciali del rapporto di lavoro, avrà come generale conseguenza una ulteriore riduzione dei salari reali e con essi della quota salari sul Pil. In fondo, è uno degli scopi del Jobs Act, anche se non si legge in chiaro nel testo.

Ma ciò avverrà, quasi certamente, con differenze rilevanti attorno alla media tra le imprese che vanno bene e le tante altre che arrancano. Queste si gioveranno della suddetta facoltà per pagare salari che in molti casi collocheranno i percipienti al di sotto della soglia della povertà relativa, che nel 2013 era fissata in circa 1.300 euro per una famiglia di tre persone. Si può quindi stimare che il numero di “lavoratori poveri” aumenterà in Italia in notevole misura. Alle disuguaglianze di reddito tra un’azienda e l’altra, a parità di lavoro, si aggiungeranno quelle territoriali, quelle che un tempo il cnl doveva servire a superare, stabilendo quanto meno una base salariale per tutti.

Va però notato che il regime di bassi salari, introdotto di fatto dal decreto sul lavoro, ostacola fortemente anche la modernizzazione delle imprese e danneggia l’intera economia. Le imprese italiane — con rade eccezioni — si collocano da anni tra le ultime della Ue quanto a spesa in ricerca e sviluppo; tasso di investimenti fissi; età degli impianti; innovazione di prodotto e di processo. Nonché, guarda caso, per la produttività del lavoro. Dagli anni 90 in poi le spese in ricerca, sviluppo e investimenti fanno registrare entrambe un patetico zero virgola qualcosa. L’età media degli impianti è il doppio di quella europea, più o meno 25-28 anni contro 12-15. Inoltre le imprese italiane sono, in media, troppo piccole. Risultato: l’aumento della produttività del lavoro segna anch’esso uno zero virgola sin dagli anni 90.

Varando delle leggi sul lavoro che consentono un uso sfrenato del precariato, evitando di impegnarsi in qualsiasi azione che assomigli a una politica industriale, i governi italiani hanno efficacemente contribuito a mantenere le imprese italiane nella condizione di ultime della classe. Il Jobs Act offre ad esse un aiuto per mantenersi in tale posizione. Si può infatti essere certi che ove la legge permetta loro di pagare salari da poveri quattro imprese su cinque utilizzeranno tale facilitazione e non spenderanno un euro in più in ricerca, sviluppo e investimenti, rinnovo degli impianti, innovazioni. E l’aumento annuo della produttività del lavoro, che è strettamente collegato a tali voci, resterà nei pressi dello zero.

C’è in ultimo da chiedersi se gli estensori del Jobs Act abbiano un’idea di quanto siano oggi numerosi e complessi i fattori della produttività del lavoro: essa è seriamente misurabile solo a livello nazionale, mentre a livello di impresa, in specie se medio-piccola, misurare stabilmente e per lunghi periodi la produttività del lavoro, è come cercare di catturare un ologramma con una canna da pesca. Qualsiasi bene o servizio un’impresa produca, è ormai raro che se lo produca per intero da sola. La maggior parte dei componenti arriva da altre imprese. In numeri prodotti, dai gamberetti alle camicie, percorrono migliaia di chilometri in aereo o per nave prima di arrivare nei nostri negozi. Un piccolo elettrodomestico da cinquanta euro, assemblato da ultimo da una casa italiana per essere venduto nei supermercati, capita sia costituito di un centinaio di pezzi provenienti da dieci paesi diversi.

In tali complicatissime “catene di produzione del valore” come sono chiamate, interamente fondate sull’informatica, può avvenire di tutto. Che un componente ritardi; che non sia quello giusto; sia guasto; abbia cambiato di prezzo rispetto al contratto; richieda macchinari non previsti per essere rifinito o assemblato; ecc. Tutti questi inconvenienti incidono ovviamente sulla produttività dell’impresa finale. E non sono l’ultimo motivo per cui la produttività del lavoro aumenta annualmente dello zero virgola nelle imprese italiane. Le quali, temo, cercheranno invano nel Jobs Act, come si fa a misurarla davvero, e magari come si fa ad aumentarla. Senza di che i nuovi “lavoratori poveri”, in tema di frutti della produttività, avranno ben poco da spartirsi.

(18 novembre 2014)

Precari scuola: nessuna concessione. Le assunzioni sono dovute

 

di Marina Boscaino | 26 novembre 2014

Questa mattina, alle 9.30, il presidente sloveno della Corte di Giustizia – Marko Ilesic – ha spiegato meglio a Matteo Renzi per quale motivo l’unica parte positiva del documento in pdf La buona scuola (quella relativa all’assunzione di 150mila precari) non è stata altro che uno spot pubblicitario, come molti di noi hanno affermato a più riprese. Quell’annuncio sbandierato come “il più grande investimento” sulla scuola italiana degli ultimi decenni (da parte di un governo che, quanto a profluvio di aggettivi quale “storico”, “epocale”, “rivoluzionario” – parlando delle proprie proposte – non è secondo nemmeno ai vari Berlusconi) in realtà non è altro che un atto dovuto: i precari che hanno superato il 36 mesi di insegnamento devono essere assunti oppure risarciti.

Il trasformismo delle interpretazioni cui gli attuali decisori politici ci stanno abituando è altrettanto inedito. Questa mattina Puglisi, responsabile scuola del Pd, ha paradossalmente affermato: “La buona scuola del governo Renzi aveva anticipato la sentenza europea e propone una scuola a “zero precarietà’”, con la stabilizzazione di oltre 148.000 precari già dal prossimo anno”. Da rivoluzionari innovatori a miracolosi preveggenti: per ogni tempo la propria auto- definizione. Per la verità i 150mila di Renzi costituiscono una cifra al ribasso rispetto al concreto ammontare di coloro che da oggi sono gli aventi diritto; stimati intorno alle250mila unità. Questo potrebbe significare una speranza concreta per quanti – iscritti nelle graduatorie di II e III fascia – avrebbero sostanzialmente visti vanificati anni di lavoro da quanto previsto dal documento del governo La Buona Scuola; secondo il quale le assunzioni avrebbero attinto esclusivamente alle Graduatorie ad Esaurimento.

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Nel 2008 l’Anief avviò una vertenza sovranazionale e migliaia sono i ricorsi pervenuti nei tribunali del lavoro italiani, altrettante le denunce allaCommissione Europea, anche ad opera di altri soggetti. Nel nostro Paese un lavoratore precario può essere chiamato anche un numero di volte illimitato ad accettare un contratto a tempo determinato (le supplenze annuali). Ciò contraddice quanto prevede l’Europa. Infatti, quando un gruppo di lavoratori precari, assunti come docenti o amministrativi nelle scuole di Napoli con contratti a tempo determinato stipulati in successione, fece ricorso sostenendo l’illegittimità di tale contrattualizzazione, Corte Costituzionale e Tribunale di Napoli posero (in via pregiudiziale) alla Corte Europea il seguente quesito: “Se la normativa italiana sia conforme all’accordo quadro dell’Ue sul lavoro a tempo determinato”. “La normativa italiana sui contratti di lavoro a tempo determinato nel settore della scuola è contraria al diritto dell’Unione. Il rinnovo illimitato di tali contratti per soddisfare esigenze permanenti e durevoli delle scuole statali non è giustificato”. A parere della Corte, peraltro, non esistono criteri “oggettivi e trasparenti” per giustificare la mancata assunzione del personale con oltre 36 mesi di servizio, né l’Italia ha tentato in alcun modo di impedire il ricorso abusivo al rinnovo dei contratti. Risolta la questione in termini di incompatibilità della normativa italiana con quella europea, spetta ora ai giudici del Paese Ue dirimere la causa conformemente alla decisione della Corte Europea.

Il 15 settembre, all’inizio delle scuole, pochi giorni dopo la pubblicazione del documento sedicente “riforma della scuola”, rozzo e pedestre persino dal punto di vista formale (oltre che nei contenuti), Renzi aveva dichiarato: “I precari della scuola saranno assunti a settembre del 2015. Noi abbiamo scelto di mettere la parola fine al precariato. Tutti coloro i quali hanno assunto un diritto, verso i quali lo Stato ha assunto un’obbligazione, vale a dire quelli che fanno parte delle graduatorie ad esaurimento saranno assunti a settembre del 2015, con il nuovo anno scolastico”. “Però noi chiediamo di cambiare le regole del gioco. E ai docenti e gli insegnati diciamo che siamo disponibili a portarvi dentro la scuola in modo definitivo, a mettere fine alla “supplentite“; ma voi aiutateci a valorizzare il merito” (…). Con la prossima legge di stabilità cambieremo il sistema di funzionamento della scuola». Oggi l’Europa ha risposto chiaramente a ciò che il premier ha chiamato con disprezzo “supplentite”. Dietro quella formula beffarda ci sono le vite di migliaia di donne e uomini la cui precarietà – oltre che professionale – è esistenziale. Lo scambio che – nelle intenzioni del premier – doveva esistere tra la “concessione” di essere disponibili ad assumere e la contemporanea cessione di diritti (individuati secondo un sistema meritocratico e arbitrario nella individuazione della presunta capacità di ciascuno) perde con la sentenza di oggi anche la minima ragione di essere. Le assunzioni sono dovute. Carriera, al sistema premiale, al reclutamento – così come sono configurati nel documento governativo – sono temi tutti da discutere. E sui quali molti non sono affatto intenzionati a mollare.

Scuola, il governo chiede indietro i soldi agli insegnanti. “Ridate 150 euro al mese”

Il ministero dell’Economia e Finanze ha diramato una nota per la restituzione degli scatti d’anzianità (sbloccati nel 2013 con tre anni di ritardo) “con recupero a decorrere dalla mensilità di gennaio 2014″. Dopo la protesta dei 5 Stelle insorge anche il Pd. E il ministro dell’Istruzione Maria Chiara Carrozza chiede la sospensione dell’applicazione

Il linguaggio come al solito è asciutto e burocratico, la richiesta però è brutale: gli insegnanti italiani devono restituire 150 euro al mese allo Stato. Soldi avuti indebitamente? Neanche per sogno, soldi dovuti e attesi da almeno tre anni. Parliamo di quelle persone che guadagnano tra i 1300 e i 1700 euro dopo almeno venti anni di anzianità. E che, nel 2013, pensavano di essere finalmente usciti dal tunnel del congelamento degli scatti di anzianità deciso nel 2010 dal governo Berlusconi. Nei due mesi tradizionali per gli insegnanti, aprile e settembre, i docenti interessati si sono visti così accreditare gli scatti dovuti e a cui erano stati costretti a rinunciare per tre anni.

Lo scorso settembre, però, il governo Letta ha deciso, con il Decreto 122, di prorogare il blocco della contrattazione e degli automatismi stipendiali per i pubblici dipendenti. Nessuno, allora, ha pensato che tale misura potesse avere effetti sull’anno appena trascorso. E invece, lo scorso 27 dicembre, il Ministero dell’Economia e Finanze ha diramato una nota interna in cui precisa che l’applicazione della norma impone la restituzione degli aumenti già percepiti “con recupero a decorrere dalla mensilità di gennaio 2014 con rate mensili di € 150,00 lorde fino a concorrenza del debito”. Come spiega la Flc-Cgil, chi ha avuto scatti a gennaio 2013 e si è visto attribuire gli arretrati ad aprile, “dovrà restituire i soldi percepiti in più nell’anno 2013”. Chi invece ha avuto lo scatto da settembre 2013 dovrà restituire i soldi avuti in più da settembre ma si vedrà retrocesso come posizione e dovrà attendere settembre 2014 per rivedere lo scatto. Beffa doppia per chi aveva programmato il pensionamento da settembre 2014, cioè una volta maturato lo scatto. “Questi lavoratori – nota la Cgil – qualora rientrino nel secondo caso dovranno rimanere un altro anno per poter vantare, sia sul trattamento pensionistico che sulla buonuscita, lo scatto tanto agognato”. Alla protesta della Cgil si aggiunge quella dei Cobas che hanno indetto un presidio al ministero per venerdì 17 gennaio.

La situazione, dopo la protesta del Movimento 5 Stelle che, per primo, aveva denunciato questa misura con il parlamentare Luigi Gallo, si muove anche sul fronte politico. Il responsabile Scuola del Pd, il renziano Davide Faraone, infatti, si augura che si tratti “solo di un equivoco”. “Il danno, cioè il taglio di quei fondi sacrosanti – dice Faraone – si somma adesso alla beffa: una volta percepite e spese queste somme i docenti le dovranno restituire. Siamo dunque all’assurdo”. Ma è lo stesso ministro, Maria Grazia Carrozza, a ergersi a paladina dei docenti con una lettera inviata al ministro Saccomanni in cui chiede di sospendere la procedura di recupero degli “scatti” stipendiali per il 2013. La scuola di nuovo in primo piano, ma sempre e solo per disputarsene le miserie.

(Salvatore Cannavò, da Il Fatto Quotidiano)

Marina Boscaino – Bisogni Educativi Speciali, così cresce la disuguaglianza. Intervista a Alain Goussot

mboscainoLa legge italiana prevede, con una normativa all’avanguardia rispetto a tutti gli altri sistemi scolastici europei, il sostegno per gli studenti che si trovino in situazioni di disabilità. Da qualche tempo, però, tra i vari acronimi che sono piovuti sul mondo della scuola, si è fatto strada BES: Bisogni Educativi Speciali.

Rientrerebbero tra questi gli alunni con difficoltà nel processo di apprendimento dovute a svantaggio personale, familiare e socio-ambientale ai quali si assegnerebbe il diritto alla personalizzazione dell’apprendimento attraverso la redazione di un Piano Didattico Personalizzato da parte dei docenti. I BES possono presentarsi con continuità oppure per periodi circoscritti della vita dell’alunno, in quanto le cause che li generano possono anche avere origine fisica, biologica, fisiologica, psicologica o sociale.

Gli alunni con Bisogni Educativi Speciali vivono una situazione particolare, che li ostacola nell’apprendimento e nello sviluppo: questa situazione negativa può essere a livello organico, biologico, oppure familiare, sociale, ambientale, contestuale o in combinazioni di queste. […]
Queste difficoltà possono essere globali e pervasive (si pensi all’autismo) oppure più specifiche (ad esempio nella dislessia), settoriali (disturbi del linguaggio, disturbi psicologici d’ansia, ad esempio); gravi o leggere, permanenti o (speriamo) transitorie.
In questi casi i normali bisogni educativi che tutti gli alunni hanno (bisogno di sviluppare competenze, bisogno di appartenenza, di identità, di valorizzazione, di accettazione, solo per citarne alcuni) si «arricchiscono» di qualcosa di particolare, di «speciale». Il loro bisogno normale di sviluppare competenze di autonomia, ad esempio, è complicato dal fatto che possono esserci deficit motori, cognitivi, oppure difficoltà familiari nel vivere positivamente l’autonomia e la crescita, e così via. In questo senso il Bisogno Educativo diventa «Speciale». Per lavorarci adeguatamente avremo dunque bisogno di competenze e risorse «speciali», migliori, più efficaci.
 […]“. (da Dario Ianes, “I Bisogni Educativi Speciali”).

Per molti i BES rappresentano l’ultimo elemento di forzatura e di confusione professionale originata dal Miur: il paradosso è che si agisce in nome dell’inclusione. Normati da una direttiva, lo scorso dicembre, e poi da una circolare in marzo, l’accoglimento di quanto previsto da parte dei docenti non costituisce un obbligo, come ribadito in un convegno a Rimini qualche settimana fa dal dott. Ciambrone, dirigente ministeriale responsabile per l’integrazione scolastica, che li ha semmai enfaticamente definiti una “splendida opportunità per la scuola”. Al di là degli entusiasmi di Viale Trasterevere, i problemi sono tanti, come peraltro si evince dalla definizione offerta dal prof. Ianes che cita una casistica di potenziali BES veramente eterogenea e sconfinata.

Il mondo della scuola ha espresso valutazioni piuttosto divergenti rispetto a questa problematica (all’interno della quale andrebbero a ricadere anche gli studenti con DSA, Disturbo Specifico dell’Apprendimento, come dislessia, discalculia, disgrafia, già previsti dalla l. 170/2010): ci sono coloro che ritengono che sia necessario un intervento “speciale”, forse dimenticando che nei consigli di classe da sempre chi sa svolgere correttamente il proprio lavoro ha tenuto in conto le condizioni personali particolari degli studenti; coloro che eseguono pedissequamente ciò che uffici periferici del MIUR e dirigenti scolastici zelanti fanno piovere loro addosso (modulistica, piani personalizzati, colloqui con le famiglie); e coloro che sollevano problemi di merito e di metodo. Il dibattito è stato talmente vibrante che il Miur è stato costretto, il 23 novembre, a pubblicare una nota del capo dipartimento Chiappetta. C’è chi ritiene che si tratti di una “scorciatoia” per inserire nel novero dei BES studenti che necessiterebbero del sostegno, con il conseguente taglio di posti di lavoro e, soprattutto, di diritto all’inclusione reale. C’è chi lamenta l’inserimento, all’interno della cosiddetta “funzione docente”, di competenze e carichi di lavoro che gli insegnanti non possono/devono/vogliono sopportare. Perché è chiaro che il riconoscimento dello studente bisognoso di azioni educative speciali e le conseguenti azioni sarebbero completamente a carico dei docenti. C’è chi contesta, infine, la costante tendenza alla “medicalizzazione” della divergenza rispetto a profili di “normalità” che le azioni del Miur stanno configurando da molto tempo.

Per provare a indicare come tutta la questione possa essere pensata in modo diverso dalla prospettiva (e dalla confusione di prospettive) individuate dal Miur, ho lasciato la parola ad Alain Goussot , ricercatore di Didattica e Pedagogia Speciale all’Università di Bologna , che fa parte del comitato scientifico dell’associazione “Giù le mani dai bambini”, della società Italiana di Pedagogia Speciale (SIPES) ed è membro onorario della Associazione dei Pedagogisti Italiani.

Qual è la sua opinione sui cosiddetti BES?

Siamo di fronte una nuova categorizzazione della popolazione scolastica, che comprende alunni disabili certificati e alunni con disturbi specifici dell’apprendimento, difficoltà di apprendimento, difficoltà linguistico-culturali, disturbi del comportamento, disagio sociale e funzione intellettiva limite. Così si sposta pericolosamente una varietà ampia di alunni nella sfera dell’”anormalità”, della “devianza” in nome, paradossalmente, dell’inclusione. I bisogni educativi sono universali: ogni alunno – compreso il diversabile – ha proprie caratteristiche e particolarità. ma anche diritto all’eguaglianza delle opportunità: ambiente, contesto-scuola, insegnanti devono creare le condizioni per favorire l’espressione delle differenze e adattare gli approcci per rispondere alla pluralità di linguaggi e modi di essere degli alunni. Non a caso per capire l’Emilio di Rousseau occorre leggere anche il Contratto sociale, dove libertà, eguaglianza e responsabilità sociale sono strettamente collegate. Bisogni e diritti vanno insieme e la scuola è un passaggio fondamentale nella formazione dei cittadini; è anche quello che ci ha insegnato Dewey in “Democrazia e educazione”.

Quali sono le posizioni di massima del mondo accademico e della comunità scientifica sui Bes?

Il mondo accademico è diviso: c’è chi sostiene la necessità di adeguare strumenti e metodi di analisi e classificazione per progettare a scuola e vede come un passo avanti l’attenzione verso i “Bisogni educativi speciali”; c’è invece chi, per ragioni di ordine pedagogico, scientifico e culturale scorge un rischio di medicalizzazione della sfera scolastica; c’è infine chi vede questa proposta come una nuova forma di stigmatizzazione sofisticata, che finirà per accentuare le diseguaglianze. A livello internazionale molti, come il gruppo dei Disability studies, ma anche diversi studiosi e ricercatori dell’area francofona, criticano la categorizzazione in sé. Va anche detto che quest’ultima ha un imprinting di natura psicologica e clinica: la pedagogia sembra a tenuta fuori dalla porta, forse anche per colpa degli stessi pedagogisti.

Diverse tipologie di individui vengono in qualche modo isolati dalla cosiddetta presunta “normalità”, in nome dell’inclusione. Qual è la ratio?

Sono ormai due decenni che il mondo della scuola e dell’educazione è colonizzato dallo sguardo clinico-terapeutico. Questo approccio osserva per definire e classificare facendo leva sui sintomi; quello pedagogico, invece, osserva per comprendere facendo leva sulle potenzialità e le capacità. L’alunno con difficoltà di apprendimento non è più considerato come soggetto significante di una condizione sociale, culturale e familiare, ma come un soggetto portatore di problemi e come destinatario di interventi ‘curativi’ che lo devono riportare alla normalità. Nei documenti del ministero l’alunno non è mai visto come soggetto protagonista e attore/autore del proprio percorso. Da un riconoscimento delle differenze che si basa sul principio di eguaglianza, si passa ad una logica differenzialistica, che stigmatizza in modo sofisticato e accentua le diseguaglianze. Si sposta l’accento dall’interazione tra soggetto e ambiente sociale al singolo, visto come organo malato o disfunzionale da curare e riparare. La didattica viva viene trasformata in pura procedura tecnica e si fa dell’insegnante un consumatore di ricette standardizzate, da applicare in tutte le situazioni, prodotte dal business editoriale. Si perde di vista che l’insegnamento/ apprendimento è anzitutto relazione, un processo complesso che fa dello spazio classe un laboratorio interattivo permanente. Si perde anche di vista che la stessa pedagogia e didattica speciale è per tutti: quello che viene inventato e sperimentato nell’esperienza con alunni disabili può funzionare con alunni senza disabilità. La dimensione pedagogica del lavoro dell’insegnante sembra invece venuta meno: nelle formazioni proposte ultimamente agli insegnanti sui DSA sembrava che si dovessero formare degli operatori della diagnosi o della neuropsichiatria e non degli operatori pedagogici. Il concetto centrale dovrebbe essere garantire l’accessibilità e non pretendere l’adattamento. E invece la stessa legge del 2010 sui DSA è un segnale molto chiaro: i disturbi specifici dell’apprendimento, che esistono, sono soprattutto visti dal punto di vista clinico; si arriva rischiare di identificare difficoltà e disturbi, con quello che questa logica comporta sul piano della predeterminazione del percorso di diversi alunni. L’ultima direttiva è in qualche modo l’epilogo di questa logica clinico-terapeutica e differenzialistica. Le ultime ricerche serie sulla scuola italiana hanno dimostrato che essa continua, contrariamente a quello che si pensa, a essere selettiva sul piano sociale e quindi ad accentuare le diseguaglianze. Si va sempre più nettamente verso una scuola a due velocità: quella per l’élite che ha i soldi nei ‘quartieri alti’ e quella per i figli del nuovo proletariato nelle periferie della società. Con la direttiva sui BES vi è anche il rischio molto concreto di dare un avvallo pseudo-scientifico ad un processo preoccupante in atto in molte scuole: le aule di sostegno che diventano sempre di più classi ghetto, le sezioni di serie A e di serie B negli istituti scolastici, le scuole ‘bene’ e quelle degradate, perché collocate in territori sociali e quartieri periferici. La logica burocratica-tecnocratica, che cala dall’alto delle proposte pasticciate e anche spesso inapplicabili, tende poi a considerare gli insegnanti come degli incompetenti, destinatari d’interventi ‘esperti’ e non degli attori delle trasformazioni. Sappiamo tutti che esistono tante criticità che vanno affrontate, che vi sono anche molti insegnanti poco preparati sul piano pedagogico e altri che dovrebbero cambiare mestiere. Ma esiste una grande massa d’insegnanti che lotta ogni giorno, che fa bene il proprio lavoro, che s’impegna spesso in modo disinteressato e con il senso della propria responsabilità nei confronti delle future generazioni.

Qual è l’apporto che la comunità scientifica intende concretamente dare a un mondo della scuola sfiancato da continui interventi normativi o pseudo-normativi, che affianca a quello del docente profili professionali incongrui e impropri?

Compito della comunità scientifica è intanto diffondere tra gli insegnanti e gli operatori dell’educazione i risultati della ricerca e anche il confronto tra i diversi orientamenti. Penso che sarebbe quindi utile fornire una formazione plurale e completa agli insegnanti: è la base per fare delle scelte consapevoli e non farsi ‘colonizzare’ dall’ultima moda, spacciata come unica verità ’scientifica’. Penso anche che le società di pedagogia dovrebbero fare un lavoro di recupero del patrimonio pedagogico ricco e vario del passato, metterlo a disposizione del mondo della scuola: sono i fondamentali della funzione docente, sono alla base dell’identità culturale della professionalità dell’insegnante. Riappropriarsi della centralità della pedagogia e della didattica viva e mostrare che è altrettanto scientifica della psicologia clinica mi sembra un modo anche per ridare dignità agli insegnanti e far sì che non vivano un enorme complesso d’inferiorità nel rapporto con altre figure professionali. Inoltre la comunità scientifica e i diversi ricercatori nell’ambito pedagogico e psicopedagogico devono accompagnare il mondo della scuola e gli insegnanti in un lavoro di elaborazione delle proprie esperienze. Per esempio, una grande ricerca -azione partecipata che coinvolga direttamente la scuola e gli insegnanti, ma anche gli alunni e i genitori, sui temi della gestione dei gruppi classe, degli apprendimenti, della valutazione non solo delle performance, ma anche dei processi d’insegnamento/apprendimento, sulle pratiche didattiche e i progetti pedagogici nelle scuole. Una ricerca accompagnata a livello locale dalle diverse strutture universitarie territoriali, che possa durare un anno e più, per arrivare ad una grande conferenza nazionale, con delle proposte per elaborare linee guide e un nuovo progetto per la scuola del futuro. Non come oggi, provvedimenti calati dall’alto – e spesso vissuti male dalla scuola -, ma un processo partecipativo, che parta dal basso e valorizzi esperienze, competenze e riflessioni propositive.

Marina Boscaino

(26 novembre 2013)

Agenzie interinali, gli stipendi dei precari che finiscono nelle casse dei sindacati

I versamenti a Cgil, Cisl e Uil costituiscono il “sostegno alle rappresentanze sindacali unitarie”. Dicono di avere usato quei soldi, più di due milioni di euro nel 2012, per migliorare, tra l’altro, le regole su parità di trattamento, controlli e strumenti di sostegno al reddito. Ma la retribuzione dei 500mila che hanno sottoscritto il contratto di somministrazione lavoro non è ancora adeguata a quella dei dipendenti “normali”

Quando in un contratto a guadagnarci sono soprattutto i sindacati le cose non funzionano come dovrebbero. Soprattutto se la prima firma di quel contratto è quella di Guglielmo Epifani (nel 2008, insieme a Bonanni e Angeletti). Eppure, leggendo tra le pieghe del “Contratto collettivo delle agenzie di somministrazione di lavoro”, le vecchie agenzie interinali, si scopre che viene previsto un trasferimento di denaro ai sindacati come “sostegno al sistema di rappresentanza sindacale unitaria”. Stiamo parlando di circa 2 milioni di euro l’anno corrisposti, ormai, dal 2002.

Potenza di un settore complicato come il lavoro super-precario, quello della somministrazione, dove non c’è un rapporto a due, dipendente-datore di lavoro, ma a tre: lavoratore, agenzia di somministrazione, impresa utilizzatrice. L’agenzia svolge una funzione di mediazione assumendo direttamente il dipendente e poi “prestandolo” all’impresa che ne fa richiesta generalmente per un contratto a tempo determinato. Stiamo parlando di oltre mezzo milione di persone (dati 2011 diAssolavoro, l’associazione datoriale delle Agenzie) per circa la metà collocate nell’industria manifatturiera (52%) e per il resto suddivise tra Servizi alle imprese e informatica (17%),Commercio (11%), Pubblica amministrazione, sanità e istruzione (9%) e tanti altri settori.

Il sistema è stato introdotto nel 1997 dall’allora ministro Treu e riformato dal centrodestra con la “legge Biagi” nel 2003. Anche questo comparto viene regolato da un Contratto collettivo nazionale siglato, per le agenzie, da Assolavoro e, per il sindacato, dal Nidil-Cgil, Felsa-Cisl, Uil-Temp. Trattandosi di un comparto fortemente spezzettato, con lavoratori che non prestano servizio presso il proprio specifico datore di lavoro (le agenzie) ma presso imprese disseminate sul territorio, non ci sono delegati sindacali di azienda o di fabbrica, ma direttamente nominati dal sindacato.

Per questo tipo di attività sindacale, già nel contratto del 2002, si stabilì che le organizzazioni firmatarie beneficiavano di un contributo pari a un’ora ogni 1700 lavorate, dal valore di 7,75 euro l’ora. Nel 2008 quel valore è stato innalzato a 10 euro l’ora. Facciamo due conti: nel 2011 sono state lavorate 316 milioni di ore. Facendo il dovuto rapporto se ne ricavano 1,8 milioni di euro trasferiti ai sindacati. Nel nuovo contratto del settembre 2013, si è migliorato ancora: il compenso verrà corrisposto per un’ora ogni 1500 lavorate. Un aumento del 13% che si somma al 30% precedente. Le ore complessive del 2012 sono diminuite a 302 milioni, ma l’importo suddiviso tra i tre sindacati è salito a 2 milioni.

Cosa fanno i sindacati con quei soldi? “Secondo una delibera del nostro comitato direttivo – spiega al Fatto Claudio Treves, segretario generale del Nidil Cgil –, il 70% è destinato a finanziare i nostri progetti territoriali”. Guardando il bilancio del sindacato di categoria, il più grande dei tre, non sembra sia così. Nel 2012 le entrate per “contributi sindacali” ammontano a 719.505 euro euro mentre alla voce “contributi a strutture” troviamo la somma di 301.842 euro. In realtà i fondi per “progetti territoriali” sono ancora di meno, 212.500 pari al 29,5% di quanto incassato. Il resto dei costi del sindacato è assorbito da spese per attività, spese generali e, soprattutto, spese per il personale e le collaborazioni: 760.122 euro. Complessivamente, il bilancio è in perdita per 286.274 euro.

Il Nidil parla di massima trasparenza dei fondi, ma non è chiaro se tutti i lavoratori conoscano il meccanismo. Per quanto riguarda gli stessi lavoratori i vantaggi della rappresentanza sono contestati. Il sindacato rivendica di aver finora “migliorato le regole circa la parità di trattamento sindacale, i controlli, gli strumenti di sostegno al reddito (maternità, disoccupazione), etc”. Un ex sindacalista che ha seguito il settore, però, ci fa notare come nel sistema di retribuzione dei lavoratori somministrati si nasconda un particolare che penalizza proprio questi ultimi.

La legge, infatti, prevede per gli interinali “un trattamento non inferiore a quello cui hanno diritto i dipendenti di pari livello dell’impresa utilizzatrice”. Questo principio fino al 2008 era ribadito con l’applicazione agli interinali dello stesso divisore contrattuale (il coefficiente che misura la paga oraria) che si applica ai contratti di categoria nella quale vengono inviati in missione. Nel contratto del 2008, invece, è stato introdotto un divisore contrattuale specifico per i lavoratori in somministrazione. Quando questo equivale a quello degli altri contratti (mediamente è così) non c’è problema. Ma quando il lavoratore si trova a fare i conti con divisori che nelle singole categorie rendono le paghe orarie più alte di quella di cui egli può beneficiare, il lavoratore viene svantaggiato. Accade così nel Commercio, nei Trasporti, nella Pubblica amministrazione, nell’Istruzione o nella Sanità, e in altri ancora. La differenza di salario per il lavoratore è minima, pochi centesimi. “Nessun lavoratore – spiega ancora l’ex sindacalista – intenterebbe una vertenza per pochi spiccioli con la prospettiva di perdere il lavoro”. Quei pochi centesimi moltiplicati per le decine di milioni di ore lavorate, però, possono portare a risparmi per le Agenzie nell’ordine di 10 o 20 milioni di euro l’anno. Nulla di illegale. Solo una delle tante contraddizioni che agitano il sindacato. Non a caso, in Cgil si è aperta una discussione sull’utilità o meno di un sindacato come ilNidil.

Da Il Fatto Quotidiano del 6 novembre 2013

LA REPLICA DELLA CGIL: “INVESTIAMO IL 70% IN PROGETTI TERRITORIALI”
In merito a quanto pubblicato il 6 novembre sul Fatto Quotidiano nell’articolo, “I sindacati guadagnano sulle spalle dei precari”, a firma di Salvatore Cannavò, mi preme sottolineare quanto segue. La contribuzione al sostegno alla rappresentanza sindacale, introdotta nel Ccnl del 2002 e aggiornata con l’ipotesi d’accordo dello scorso 27 settembre, ha lo scopo – ci pare legittimo – di sostenere l’attività del sindacato per la tutela di persone, quali i lavoratori somministrati, la cui durata dei rapporti non supera, in media, i 45 giorni. Per questo il costo è stato posto a carico delle agenzie e indirizzato all’ente bilaterale di settore, che lo riversa alle organizzazioni sindacali del settore. Si è trattato della mutualizzazione di un istituto che proprio la natura del lavoro in somministrazione rende di fatto difficilmente esigibile. NIdiL-Cgil pertanto ha deciso con delibera del proprio comitato direttivo che il 70% di tali somme fossero a disposizione di progetti di insediamento e rafforzamento delle strutture territoriali; che non vi sia corrispondenza con il dato di bilancio – curiosamente in possesso vostro – deriva dal numero di progetti presentati. Quanto ai giudizi dell’ignoto “ex sindacalista di categoria” segnaliamo, come spiegato nella conversazione avuta con l’autore dell’articolo ma non riportato nel testo, che il principio di parità di trattamento è stato rafforzato con il recente rinnovo contrattuale. Infine, riteniamo offensivi e pesantemente lesivi dell’immagine del sindacato sia il titolo che la chiusa dell’articolo, in cui si fa balenare l’idea che da un lato NidiL non difenda i lavoratori dagli abusi e dall’altro si arricchisca con dazioni delle agenzie, e “per questo” qualcuno in Cgil stia pensando di “cancellare NidiL”. D’altro canto, a corretta tutela della nostra immagine abbiamo già dato mandato legale per una querela nei vostri confronti.
Claudio Treves, segretario generale NidiL-Cgil
Le uniche deduzioni sono quelle fatte in questa lettera. Noi, come al solito, ci siamo limitati a riferire fatti, non contestati, compresa la versione del sindacato anche se il suo segretario, per impegni di lavoro, ha potuto dedicarci solo otto minuti. Anche la chiusa dell’articolo, lungi da “far balenare” idee offensive, si basa su fatti come il documento congressuale della minoranza Cgil in cui, nel 2010, si leggeva che “l’esperienza di Nidil ha fatto il suo tempo” (Sc).

Marina Boscaino – Sistema scolastico, il ministro Carrozza sulla via del ‘ripensamento’?

Ho appena ascoltato Maria Chiara Carrozza intervenire, dopo l’ottima relazione per la scuola di Gianna Fracassi, al convegno dell’ Flc-Cgil “Valutazione nella conoscenza per la qualità dei diritti“, tenutosi a Roma presso il Cnr.

Il ministro dell’istruzione ha affermato: “Ci sarà un ripensamento complessivo rispetto al Sistema nazionale di valutazione per scuola e università. Bisogna innanzitutto chiarire quali siano gliobiettivi del sistema scolastico e di quello universitario. Non è corretto che un’agenzia di valutazione definisca gli obiettivi del sistema“.  leggi tutto

Stefano Feltri – Telecom e i capitani di sventura

Abbiamo perso anche Telecom Italia. Gli spagnoli di Telefónica comprano il controllo su una delle più importanti aziende italiane, che in Borsa vale 7, 7 miliardi di euro, per qualche spicciolo, 300 milioni. Non è un’acquisizione come quella del marchio Loro Piana di qualche mese fa: allora i francesi di Lvmh strapagarono per 2 miliardi l’eccellenza italiana nella moda. Nel caso di Telecom, il sedicente “salotto buono” della finanza regala agli spagnoli i resti di un’azienda che negli anni è stata “spolpata”, come ha detto il presidente Franco Bernabè. È una “storia italiana”, per citare lo slogan di un’altra azienda simbolo di questo nostro capitalismo, il Monte dei Paschi.

Nella cronaca della distruzione di Telecom ci sono tutti: da Gianni Agnelli a Roberto ColaninnoMarco Tronchetti Provera e Corrado Passera. Da Intesa Sanpaolo a Mediobanca, Generali e Benetton. Poco importa ripartire i millesimi della responsabilità. È il risultato che conta: un’aziendadivorata dai debiti contratti da chi l’ha scalata senza soldi, privata della possibilità di investire e crescere.

I capitani di sventura che hanno distrutto Telecom sono gli stessi che governavano il grosso del capitalismo italiano di relazione: comandano su Rcs-Corriere della Sera, a un passo dal portare i libri in tribunale, hanno “salvato” l’Alitalia, che domani sarà consegnata ad Air France, con tante scuse; hanno creato mostri finanziari come Romain Zaleski e Salvatore Ligresti, capaci da soli di destabilizzare i bilanci delle grandi banche. E hanno ridotto la Pirelli e la Fiat come sappiamo.

I nostri capitalisti all’impresa hanno preferito la rendita, compiacendosi nelle articolesse encomiastiche che ottenevano sui giornali di cui erano proprietari. Questa classe dirigente è stata definita come una “élite estrattiva”: ha svuotato il Paese che le era stato affidato e, una volta consumato il bottino, ne consegna i rimasugli al primo straniero che passa.

(da il Fatto Quotidiano, 25.9.2013)

Stipendi docenti, l’Italia è nella fascia bassa Ue. Tra i peggiori per gli scatti di carriera

I dati dello studio Eurydice tornano di attualità in occasione dell’inizio dell’anno scolastico e rimbalzano sui media dei Paesi dell’Unione. Il top dei trattamenti economici è in Lussemburgo, il dato peggiore in Bulgaria

La vita dei professori, anche finanziariamente parlando, non è la stessa in ogni Paese. L’Europa presenta al suo interno differenze incredibili di stipendi per il corpo docente che vanno decisamente al di là dei divari del livello economico e dello stesso Pil pro capite. E rispecchiano la differente considerazione in cui è tenuta la professione – e più in generale il mondo della scuola – in ogni Stato. Si passa da una media per il secondario di 4.780 euro annui in Bulgaria, da sottolineare lordi, che sono una miseria pure in quel Paese, per arrivare ai massimi del Lussemburgo, dove un prof del liceo viaggia su una media di 104.049 euro, che sono tanti anche per il ricco Granducato. L’Italia si posiziona nella fascia bassa, caratterizzata tra l’altro, rispetto alla stragrande maggioranza degli altri Paesi europei, da un aumento molto ridotto e lentissimo dello stipendio durante la carriera.

I dati più affidabili nel settore provengono da uno studio di Eurydice, organismo che dipende dalla Commissione europea, che ha pubblicato nei mesi scorsi un rapporto comparativo per le remunerazioni dei docenti. I dati sono ritornati a galla negli ultimi giorni in Francia: lì i media si stanno scatenando sul livello troppo basso degli stipendi nel Paese, addirittura più bassi, si sottolinea, rispetto all’Italia. Lo studio di Eurydice sottolinea come in tanti Stati europei, a partire dall’anno scolastico 2009-2010, i salari nelle scuole siano stati congelati o addirittura ridotti, a causa della crisi. Ma prima di passare in rassegna i diversi livelli di stipendio, alcune avvertenze: si tratta di dati relativi all’anno scolastico 2011-2012. Sono cifre lorde: vanno tolte le imposte, equivalenti alla nostra Irpef, che variano da Paese a Paese. Si tratta di statistiche espresse in Spa, lo standard di potere d’acquisto. Quindi, filtrate rispetto al costo della vita: così si spiegano anche alcune sorprese, come il sorpasso dell’Italia rispetto alla Francia, dove il costo della vita è superiore. Infine, si prendono in considerazione i docenti di ruolo e non quelli precari, che rappresentano un grosso problema (ma non solo) in Italia. E un vero e proprio esercito…

Ebbene, nel nostro Paese, secondo le indicazioni di Eurydice, il salario medio annuo della secondaria (superiore, alle medie si scende lievemente) si posiziona a quota 30.431 euro, ma si segnala che il livello massimo raggiunto è di 34.867 (partendo da un minimo di 23.048). Ma i massimi di stipendio sono toccati solo dopo 34 anni di anzianità. Per quanto riguarda la Francia, il livello minimo della secondaria è di 28.666, ma si può arrivare a 47.610 per il secondario superiore. Anche in questo caso ci vuole tempo per raggiungere gli stipendi più alti, tra i 20 e i 30 anni, meglio comunque dell’Italia. I Paesi europei dove ci vogliono almeno 34 anni di anzianità per raggiungere lo stipendio più alto sono, oltre all’Italia, Spagna, Ungheria, Austria, Portogallo e Romania, mentre ce ne vogliono appena dieci in Danimarca, Regno Unito ed Estonia.

Come abbiamo visto, gli insegnanti più poveri si ritrovano in Bulgaria, appena 4.780 euro annui lordi in media per il secondario. Bassi i salari dello stesso ciclo di studi anche in altri Paesi dell’Europa centro-orientale: Romania (5.078), Lettonia (9.216), Ungheria (9.448), Estonia (9.520) e Slovacchia (9.605). Niente rispetto ai 104.049 del Lussemburgo… A seguire, nei primi posti, ci sono la la Danimarca (70.097) e l’Austria (57.779). E poi la Finlandia (49.200), che per il parametro Pisa, che a livello dei Paesi Ocse, i più industrializzati, misura la qualità formativa degli studenti, figura sempreal primo posto a livello mondiale. Seguono: Belgio (48.955), Regno Unito (44.937), Svezia (35.948). Tutti meglio dell’Italia. Due casi a parte sono la Germania e la Spagna, dove gli stipendi, oltre che per l’anzianità, differiscono molto anche secondo la regione. In Germania, ad esempio, i salari sono ancora decisamente più bassi nell’Est e a Berlino rispetto all’Ovest. A livello nazionale per il liceo si passa da un minimo a inizio carriera di 45.400 euro fino ad arrivare a 64.000. In Spagna, invece, si passa da 33.000 a 46.000, comunque decisamente al di sopra dell’Italia. Pur trattandosi di un Paese i generale con un Pil pro capite e stipendi in media inferiori ai nostri. E afflitto (pure lui) da una crisi terribile.

di Leonardo Martinelli | 21 settembre 2013

Test d’ingresso anche alle superiori?

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/21/dalla-scuola-della-costituzione-a-quella-della-pre-selezione/537441/

Invalsi, il colpo di mano di Pdl e Lega

di Marina Boscaino e Bruno Moretto

Accade che, con un colpo di mano – a Camere sciolte – PDL e Lega (il PD non ha partecipato al voto), su pressione del governo, hanno dato parere favorevole in Commissione Istruzione del Senato al DPR sul sistema nazionale di valutazione, che si fonda sul potere del Ministro, sull’azione discrezionale di una propria diretta emanazione (l’Invalsi) e che intende rendere studenti e insegnanti, saperi e pratiche didattiche, subordinati alla valutazione basata sui test.

Dieci associazioni hanno pubblicato il documento “La valutazione: un impegno condiviso”, ma la strategia arrembante ed autoritaria del veni, vidi, vici su materie nevralgiche – sottratte volontariamente al dibattito e alla condivisione – continua ad imperversare anche nelle ultime azioni di un Governo non nuovo a colpi “a sorpresa”, fortunatamente sventati. Mancano ancora i pareri delle commissioni della Camera ma il rischio che il dpr venga emanato ugualmente è alto. È stato inviato ad opera delle stesse associazioni un appello ai leader del centrosinistra, cui hanno prontamente risposto Bersani,Ingroia e Guidoni (SEL).

Anche coloro che non hanno a che fare direttamente con la scuola sanno che il tema della valutazione è uno dei più controversi e problematici, che hanno infiammato rigurgiti di partecipazione e di protesta in questi anni complicati e difficili su tanti fronti. La “vulgata” neoliberista, allo stesso modo di quella di un incauto uomo della strada, pensa che tali proteste siano state animate da un acritico rifiuto da parte del mondo della scuola (desideroso di conservare – sic! – i propri presunti privilegi) di qualsiasi forma di valutazione. Dal tentativo di rimanere – come ci ha accusati di essere il premier uscente – corporativi e impuniti.

Non è così. Il percorso della valutazione nel nostro Paese, nonostante i numerosi richiami al taumaturgico “ce lo chiede l’Europa”, è stato molto lontano e differente da quello dei Paesi europei che, almeno dagli anni ’80, studiano e investono su questo tema, individuando in esso uno degli istrumenti principali per determinare interventi e cambiamenti migliorativi nei propri sistemi scolastici.

L’introduzione in Italia della valutazione degli apprendimenti degli studenti risale al Ministro Moratti (Dlvo 286/2004).

La sua applicazione ha creato fin da subito molte polemiche, per il piglio punitivo nei confronti delle scuole che il ministro seppe imprimere a quel testo.

Il ministro Fioroni nel 2007 inserisce i test Invalsi di lingua e matematica nell’esame di Stato di terza media, ma prevede una valutazione di sistema a campione.

La Gelmini, seguendo il documento di Checchi, Ichino e Vittadini del 2008, si propone di imporre a tutti gli studenti la somministrazione di tali prove al fine di costruire un’anagrafe degli studenti che li segua nel loro percorso scolastico. Cade il principio della valutazione di contesto; viene messa in discussione la competenza primaria dei docenti sulla valutazione in nome di una presunta oggettività dei test; vengono inseriti nel mansionario dei docenti voci non contrattualizzate; si scavalcano presupposti determinanti per l’impianto didattico-padagogico della scuola italiana. Per giunta l’affidatario della elaborazione e della rilevazione dei test – l’Invalsi – è un istituto alle dirette dipendenze del Ministro, controllato da commissari straordinari e da un comitato di indirizzo fin dall’inizio in orbita CL (Ugolini e Vittadini).

Seguono tre anni di introduzione surrettizia dei test Invalsi e le proteste che molti ricorderanno di genitori, studenti e docenti.

Il governo Monti nomina sottosegretaria all’istruzione con delega alla valutazione proprio la Prof. Elena Ugolini, dirigente del Liceo privato Malpighi di Bologna.

Per superare le contestazioni e le “beghe” giuridico-contrattuali viene introdotto nel decreto semplificazioni del 9/02/12 l’art. 51 che prevede:

2. Le istituzioni scolastiche partecipano, come attività ordinaria d’istituto, alle rilevazioni nazionali degli apprendimenti degli studenti, di cui all’articolo 1, comma 5, del decreto-legge 7 settembre 2007, n. 147, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 ottobre 2007, n. 176.

Viene promosso dal basso un emendamento – che raccoglie più di 6mila adesioni in un mese – che vincola le rilevazioni a campioni e non a tutta la popolazione scolastica; e la somministrazione delle prove stesse alla formazione di adeguati rilevatori esterni, nel rispetto del grado di scuola e dei criteri di rappresentatività del campione.

Il Governo pone la fiducia sul decreto, che viene trasformato in un odg di PD e IDV accolto dal Governo il 29/03/12.

Il 24 agosto 2012 il Consiglio dei Ministri emana una bozza di DPR contenente il regolamento sul Sistema Nazionale di Valutazione, che sconfessa l’odg e ripropone il modello del 2008: tutto il potere al ministro e all’Invalsi, scuole oggetto di valutazione e non protagoniste, test obbligatori per studenti e scuole.

Il CNPI emana un parere molto critico in data 20/11/12.

Il Consiglio di Stato, nel suo parere del 16/01/13, rileva una serie di forzature e incongruenze del decreto nei confronti della legge di cui è emanazione, che imporrebbero un profondo ripensamento.

Nonostante questo – a Camere sciolte – il 23 gennaio il governo chiede il previsto e ultimo parere con procedura d’urgenza.

Il 15 febbraio la Commissione Istruzione del Senato dà parere favorevole a maggioranza nonostante l’assenza dichiarata dall’aula della delegazione PD.

Ed eccoci tornati all’inizio del nostro intervento. Il parere favorevole in Senato rischia di attribuire al ministro di turno il potere di definire le strategie educative e, attraverso l’Invalsi, «gli indicatori di efficienza e di efficacia in base ai quali si individuano le istituzioni scolastiche e formative da sottoporre valutazione esterna».

All’Invalsi (ripetiamo, un organismo non autonomo, ma direttamente dipendente dal ministero) verrebbe attribuito un ruolo spropositato: controllare tutto il sistema, addirittura “curare la selezione, la formazione dell’elenco degli esperti dei nuclei della valutazione esterna e pure quella degli ispettori», con modalità discrezionali e senza alcuna previsione di un concorso pubblico. Il decreto obbligherebbe le scuole ad essere sottoposte alle rilevazioni, confermando l’impostazione-Gelmini del 2008.

L’autonomia scolastica, costituzionalmente sancita, continua ad essere sotto attacco: la scuola deve essere restituita alla sua funzione di istituzione dello Stato (come la magistratura), che persegue fini di interesse generale e sottratta alla funzione di servizio che le scelte politiche ed amministrative le hanno attribuito dal ’93 ad oggi. Non sono bastati i pareri critici del Cnpi e addirittura del Consiglio di Stato. Certamente la data del 28 febbraio, in cui scadranno i decreti di nomina dei commissari straordinari di Indire e Invalsi, che – insieme al corpo ispettivo – costituirebbero il Sistema Nazionale di Valutazione, e la scadenza della data di presentazione delle candidature alla presidenza dei consigli dei due organismi motivano la fretta di Profumo. Che sta perciò tentando – a Camere sciolte – di far passare come “attività ordinaria”.
Il giro di vite che Profumo ha tentato su Invalsi, così come su Anvur, è inaccettabile. È bene che docenti e studenti siano consapevoli del rischio che stiamo correndo. Perché – se tutto andasse secondo la volontà del ministro uscente – si determinerebbero condizioni tali da annullare anni di mobilitazione. E – soprattutto – c’è la necessità di affrontare un tema così importante partendo dalle proposte operative concrete del mondo della scuola.

Marina Boscaino e Bruno Moretto

(20 febbraio 2013)

 

La politica, merce fittizia

di Tonino Perna

Karl Polanyi , nel noto saggio «La grande trasformazione» spiegava l’avvento del mercato autoregolato come il frutto di una trasformazione in merce di tre fattori: il lavoro, la terra e la moneta. grilloNessuno dei tre, diceva Polanyi, è stato prodotto dall’uomo: «il lavoro è soltanto un altro nome per un’attività umana che si accompagna alla vita stessa la quale a sua volta non è prodotta per essere venduta(…) la terra è soltanto un altro nome per la natura che non è prodotta dall’uomo, la moneta infine è soltanto un simbolo del potere d’acquisto». Per questo Polanyi parla di merci-fittizie, vale a dire di una finzione che ha reso merce ciò che non lo è, con conseguenze disastrose per la società e per gli ecosistemi.
Se fosse vissuto fino ai nostri giorni, credo che Polanyi avrebbe aggiunto «la politica» come merce-fittizia, in quanto il processo di mercificazione l’ha pienamente raggiunta ed inglobata. In Italia, questo fenomeno è più chiaro che in altri paesi, in quanto il processo di disgregazione/disfacimento dei partiti è in stato più avanzato. D’altronde, pochi lo sanno, ma noi siano stati un paese «laboratorio politico» per secoli, da cui sono pervenuti grandi contributi teorici, da Macchiavelli a Gramsci, ancora studiati in tante Università straniere.
Ma, è soprattutto, nel XX° secolo che l’Italia è emersa come avanguardia/laboratorio politico, nel bene e nel male. In Italia è stato «inventato» il fascismo, una forma moderna di dittatura che coniuga il nazionalismo con istanze sociali e che è stato ripreso dal nazifascismo di Hitler (che in una nota lettera riconosceva a Mussolini di averlo ispirato), e da alcune varianti: da Peron in Argentina, da Franco in Spagna e Salazar in Portogallo. Negli anni ’90 è arrivato il Berlusconismo, una forma politica nuova che nasce in concomitanza dello strapotere assunto dai mass media, in particolare la Tv. Anche questa forma politica è stata imitata da diversi paesi, dal Perù all’Indonesia, dove attraverso il controllo dei principali media leader politici sono arrivati al governo.
Infine, negli ultimi anni è nato il Grillismo, un movimento politico che usa per la prima volta internet/la rete in maniera «sostanziale» per dare a tutti l’impressione di contare e di partecipare direttamente alle scelte politiche, con una spiccata componente moralizzatrice ed una forte domanda di «democrazia diretta». Questo fenomeno sembra rispondere meglio di qualunque altro alla crisi verticale dei partiti, ma risponde ancora meglio – come ha ben messo in luce Giuliano Santoro nel suo saggio Un Grillo qualunque – alla evoluzione della società dello spettacolo, di cui parlava Guy Debord già negli anni ’70. Il Grillismo, detto anche Movimento 5 Stelle, che molti davano per effimero, si sta rivelando molto più radicato e convincente nell’era del «mercato elettorale», anche grazie all’innovazione efficacemente introdotta da Grillo: allo strumento postmoderno dei social network ha associato uno strumento antico come i comizi in piazza. Trovata geniale, come quella operata dalla Fiat quando lanciò la nuova 500, un mix di passato «nella forma» e futuro «nella tecnologia», o quella dei biscotti del Mulino Bianco che ti danno un’idea di naturalezza del prodotto insieme all’efficienza di una fabbrica moderna.
Questo è il dato assolutamente inedito della politica in tutti i paesi a capitalismo maturo, ovvero dove il processo di mercificazione ha inglobato tutto l’esistente, dalle relazioni sociali, agli affetti, al nostro rapporto con la Natura. Non c’è più la «Politica», intesa come lotta tra diverse visioni del mondo, tra diversi valori e ideologie, ma c’è il mercato elettorale, che è un segmento all’interno del più vasto ed onnicomprensivo «mercato mondiale». Nel «mercato elettorale» conta la novità dell’offerta- non a caso tutti si proclamano a favore del «Nuovo» – la forza del brand che si identifica con il capo, la capacità di suscitare emozioni nei consumatori/elettori attraverso slogan efficaci.
Le strategie messe in campo dalle forze/imprese politiche sono identiche a quelle che si usano per il lancio di un nuovo prodotto o per fidelizzare i consumatori rispetto ad un prodotto già presente sul mercato. I sondaggi, che in maniera ossessiva stanno accompagnando questa campagna elettorale, dimostrano come le preferenze degli elettori/consumatori seguano il trend dell’esposizione mediatica del leader di turno, la sua capacità di suscitare immagini accattivanti, di conquistare la simpatia degli utenti. Non importa se per esempio il Cavaliere le spara grosse – come i quattro milioni di posti di lavoro – oppure Grillo prometta un salario di cittadinanza con i risparmi dei costi della rappresentanza politica, e fa l’esempio della Sicilia dove i dodici consiglieri regionali M5S hanno rinunciato a circa 10.000 euro dei loro emolumenti per alimentare un fondo di microcredito (cosa c’entra con il «salario di cittadinanza» per milioni di disoccupati/inoccupati ?!). Anche un nuovo profumo viene pubblicizzato facendoti immaginare che puoi conquistare una donna/uomo bellissima/o, oppure una nuova auto che ti fa attraversare il polo nord.
Non è dunque un caso se nel nostro paese, che continua ad essere un’avanguardia/laboratorio politico, i comici fanno politica (e non solo Grillo), ed i politici fanno i comici (e non solo il Cavaliere). Certo, non tutti hanno gli stessi talenti. Il povero Fini, con i suoi ragionamenti articolati in buon italiano, è completamente fuori mercato, sembra un politico di un altro secolo. Il Professor Monti, invece, è diventato patetico da quando tenta di fare il simpatico, va in Tv in trasmissioni da avanspettacolo, tentando di uscire dal ruolo di statista, grigio e rigoroso, che gli era stato dato. Anche lui ha fondato un «partito personale», come hanno fatto negli ultimi venti anni nell’ordine: Berlusconi, Di Pietro, Casini, Fini, Vendola, e per ultimo Oscar Giannino. Su questo piano l’ultimo partito, insieme alla Lega Nord, che rimane sul campo politico è il Pd, ed ha sicuramente ragione Bersani a dire che i «partiti personali» sono il cancro della democrazia. Solo che scambia gli effetti con la causa che, come abbiamo ricordato, è legata al processo di mercificazione globale che ha ridotto anche la politica a merce, e l’elezioni politiche ad un mercato come gli altri.
Certo, non possiamo pensare che si possa tornare al secolo scorso, prima degli anni ’90, quando la gente votava «per la croce», per «falce e martello» o per la «fiamma tricolore», e non solo per la faccia e la simpatia riscossa dal leader di turno. Forse, bisognerebbe dare più valore e forza alle autonomie comunali, uno dei pochi luoghi che ha resistito a questa deriva mercatistica della politica, uno dei pochi luoghi dove ancora contano passioni e programmi, capacità di coinvolgimento e mobilitazione sociale, e non solo l’invenzione di un nuovo brand. Sicuramente, al di là dell’abolizione del Porcellum, la peggiore legge elettorale d’Europa, c’è da ripensare a come la Politica possa ritornare sulla scena e le elezioni possano avere più senso che vendere una nuova auto, computer o tablet.

Il Manifesto, 11.02.2013.

Scuola, cercasi docenti giusti… migliaia di cattedre ancora vacanti, soprattutto al Nord

Migliaia di cattedre ancora vacanti ad oltre un mese dal suono della prima campanella. Soprattutto nelle regioni settentrionali. Il caos preannunciato dai sindacati questa estate si sta puntualmente verificando: scuole alla disperata ricerca di insegnanti di sostegno e girandola di insegnanti nelle classi. Un mezzo disastro per presidi e famiglie, una situazione che si ripete invece ogni anno per la ministra dell’Istruzione, Stefania Giannini, che minimizza. “Sarebbe un disastro se con questa situazione fossimo a Natale”, ha dichiarato ieri. Ma l’assessore all’Istruzione della regione Veneto, Elena Donazzan, la pensa diversamente: “Se il ministro Giannini non conosce la scuola, non può fare il ministro dell’Istruzione”, replica.