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Scuola, ultimo colpo di mano del governo Monti

Il governo dei tecnici dimissionato e delegittimato dal voto blocca gli stipendi degli insegnanti fino al 2014. A questo si aggiunge lo scandalo Invalsi. 

di Marina Boscaino

Mentre continua l’estenuante minuetto – fiducia sì, fiducia no; governissimo, governo tecnico, governo di garanzia; ritorno alle urne, ecc. – che da una settimana deprime (qualora ce ne fosse bisogno) la nostra fiducia nel futuro di questo Paese, ecco l’ultimo coup de theatre, o meglio, ecco l’ultimo colpo di mano del governo Monti: oggi il consiglio dei ministri discute il famoso dpr valutazione, destinato, con una zampata autoritaria, nel metodo e nel merito, a cambiare il volto della scuola italiana sotto questo controverso aspetto. Francesca Puglisi, responsabile scuola del Pd, conferma la netta contrarietà alla proposta che il ministro Profumo sta imponendo alla scuola italiana “scippando delle sue prerogative il Parlamento che dovrà insediarsi nei prossimi giorni. Chiediamo ad un governo in scadenza di fermarsi immediatamente”. Se la posizione del Pd è chiara, interessante sarebbe capire quella del Movimento 5 stelle su un fatto così grave.

Ma i colpi di scena non sono finiti. La spending review lo aveva previsto. Un decreto ministeriale dovrebbe stabilirlo durante la settimana: gli stipendi di oltre 3 milioni di dipendenti pubblici – e dunque anche degli insegnanti – saranno bloccati almeno fino al 2014: “Non si dà luogo, senza possibilità di recupero, alle procedure contrattuali e negoziali ricadenti negli anni 2013-2014 del personale dipendente dalle amministrazioni pubbliche”. Esclusa poi qualsiasi possibilità di recupero del riconoscimento dell’indennità di vacanza contrattuale per gli anni 2013 e ’14.

Il decreto imporrebbe inoltre un’ulteriore proroga per il recupero degli scatti di anzianità per i lavoratori della scuola, previsti a decorrere dal 2011. Quelli precedenti, sia detto tra parentesi, sono stati realizzati attraverso il taglio drastico del Mof, i fondi erogati alla scuola per il pagamento degli interventi didattici aggiuntivi per il Miglioramento dell’Offerta Formativa. Una delle tante conferme della linea di continuità che il “governo dei professori” ha voluto marcare rispetto allo spregio accanito con cui Brunetta &C si relazionarono con il pubblico impiego e, in particolare, con la scuola.

È davvero singolare come un Governo agli sgoccioli del proprio mandato accolga la responsabilità di compiere atti di rilevanza così evidente senza coinvolgere i naturali interlocutori, dal Parlamento alle organizzazioni sindacali. Mentre i dati Istat disegnano una situazione inedita per negatività da quando esistono le serie storiche, mentre il Paese attende gli esiti della gravissima situazione post elettorale, questi gravi provvedimenti assunti da un governo privo di credibilità, e sconfessati anche dal voto di domenica e lunedì scorsi, vanno a colpire in particolare il mondo della conoscenza, già affossato da tagli sconsiderati e da contro-riforme tese solo a “far cassa”, incuranti delle ricadute sugli apprendimenti degli studenti e sulle condizioni professionali dei lavoratori. Ai tempi della “proposta indecente” del non rimpianto Profumo (che prevedeva l’aumento a 24 le ore di lezione frontale, senza corrispettivo salariale) pullularono le notizie relative al divario tra i salari degli insegnanti europei e i nostri, a parità di orario (ma spesso non di condizioni) di lavoro: entrare in una scuola del Nord Europa per credere.

Senza scomodare il Vecchio Continente (questo sport lo lasciamo ai cantori del “ce lo chiede l’Europa”, che naturalmente in ambito salariale si guardano bene dal recitare il loro mantra preferito), è sufficiente ricordare che il contratto collettivo nazionale del personale scolastico è scaduto nel 2009 e, pur rimanendo vigente, ha subito regolarmente attacchi politici, bollato in modo irresponsabile (controllare la busta paga di un docente con molti o pochi anni di anzianità, per credere) come il contratto dei privilegi e non dei diritti.

“Ce lo chiede l’Europa” è anche la formula taumaturgica che avrebbe reso obbligatorio un intervento sulla valutazione. Omettendo di ricordarci come il tema della valutazione in Europa sia stato oggetto di studio e finanziamenti, nonché interpretata come strumento di miglioramento e attuazione di strategie correttive sul sistema. A noi, di contro, viene imposto il Pensiero Unico dell’Invalsi, diretta emanazione del Miur.

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