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Pierfranco Pellizzetti – Le previsioni meteo di Giorgio Squinzi

Il “fenomenale” miglioramento delle stime sul PIL italiano 2013, con il recupero da meno 1,9 a meno 1,7, induce i congiunturalisti di Confindustria a emettere l’annuncio gaudioso: fine della recessione. Facendo finta di non ricordare come, l’anno scorso, un’identica profezia fosse il cavallo di battaglia dell’allora responsabile economico del governo presieduto da Mario Monti, il fin troppo lungimirante Vittorio Grilli (a suon di premonizioni i rabdomanti della ripresa possono andare avanti per decenni, fino a quando non incapperanno nel momento giusto; come l’orologio rotto, che segna due volte al giorno l’ora esatta).

In ogni caso, si è fatto portavoce della lieta novella lo stesso presidente degli industriali Giorgio Squinzi, per maggior gloria del ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni e – dunque – del premier Enrico Letta; il tandem governativo che su tale congettura da tavolo verde ha puntato un consistente pacchetto di fiches.

D’altro canto l’annuncio che conferma come – a parere di un congruo numero di presunti esperti – l’economia non sarebbe altro che una branca della meteorologia: il susseguirsi automatico di stagioni, di tempo brutto e bello, secondo alternanze dal decorso “naturale”; in cui l’azione umana è del tutto ininfluente. Insomma, la ripresa arriverà come le rondini a primavera; così come la recessione era iniziata con la partenza degli ultimi uccelli migratori.

Una interpretazione che quasi parrebbe il ricorso alla benevolenza/malevolenza divina, con cui i medici cinquecenteschi spiegavano l’andamento delle epidemie di peste, il diffondersi o meno della sifilide.

Ma dato che tutti questi autorevoli esponenti dell’establishment non sono né auguri e neppure cerusici, c’è da capire come mai continuino a ripetere questi annunci rassicuranti quanto un placebo, destinati a durare fino al prossimo bollettino (sulla disoccupazione o sulle quote di mercato perdute) che li smentisca impietosamente.

I casi sono due: o – non sapendo che pesci pigliare (come è evidente che non sanno) – puntano sul meccanismo vagamente scaramantico della “profezia che si autoavvera” (spargendo generico ottimismo, qualche operatore ne sarà contagiato, qualche soldo imboscato nei materassi sarà rimesso in circolo), oppure – come più presumibile – l’intento è squisitamente illusionistico, con obiettivo il quadro politico.

Letta continua a parlare di riprese in arrivo come deterrente per chi vorrebbe far cadere il governo (e – quindi – si accollerebbe la scomoda posizione di andare alle elezioni dovendo spiegare agli elettori le ragioni per cui avrebbe impedito l’avvento della nuova età dell’oro lettiana). Squinzi si spende a suffragare la tesi cara all’attuale governo per ricavarne vantaggi e benefici per la propria categoria, a carico dello Stato: un bel po’ di soldoni per detrazioni e tagli, che gli esperti quantificano nella cifra monstre di 25 miliardi. Di cui 4/5 da destinare direttamente alla ripresa.

Il punto d’incontro tra interessi governativi e confindustriali è rappresentato dall’affermazione di Letta che la ripresa passa attraverso la riduzione del costo del lavoro. Ossia far costare meno quello che fabbrica-Italia produce, accantonando come un fastidioso ronzio ogni osservazione riguardo al “che cosa produce” e al “come lo produce”. Ossia i temi della qualità e dell’innovazione che inducono feroci emicranie a chi dovrebbe orientare, tanto il Paese come le imprese, verso la mitica Thule del riposizionamento competitivo.

Molto meglio battere le strade abituali degli illusionismi che rimandano all’infinito lo scioglimento di nodi troppo stretti per gente più portata alla chiacchiera da convegno che ai duri compiti di governo del cambiamento. Tanto questo è il paese dove il discorso pubblico ha fatto proprie le regole della pubblicità: ripetere uno slogan all’infinito, fino a conficcarlo nella testa dei clienti/utenti.

Sempre che non arrivi un presidente Barroso qualunque a rovinare l’effetto-spot, dichiarando che in Italia la ripresa non c’è.

Come è logico, visto che in questi anni si è ulteriormente deteriorato il livello produttivo che ci aveva visti retrocedere nelle graduatorie dei Paesi industrializzati.

Pierfranco Pellizzetti – da il manifesto

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