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Ma Hawking e Turing meritavano di più

DI ROBERTA SCORRANESE

Sarà perché nei confronti di Stephen Hawking e di Alan Turing nutro un’autentica venerazione. Sarà perché dai film che affrontano tematiche scientifiche mi aspetto molto. Sarà per altre non meglio precisate idiosincrasie, ma a me La teoria del tutto (guarda) e The Imitation Game (guarda) non sono piaciuti. Ecco perché.Il film di James Marsh (per inciso: lo stesso regista che ha girato Man on Wire, un meraviglioso documentario sul funambolo Philippe Petit che camminava su un filo sospeso fra le Torri Gemelle) si incentra sulla vita di Stephen Hawking, astrofisico inglese che ha rivoluzionato il pensiero scientifico moderno. La sentenza arrivata durante il periodo dell’università («Le restano due anni di vita») per fortuna poi sconfessata dal destino, la malattia che gli ha accartocciato letteralmente il corpo e gli ha tolto la voce, l’incontro con la prima moglie Jane, l’amore e la (difficilissima) normalità domestica.

Ma questo approccio così convenzionale, incentrato sui sentimenti, sulla disabilità e sulla decadenza fisica contrapposta alla crescita intellettiva, non rende giustizia a Hawking.

La sua teoria sulle origini dell’universo (peraltro incompiuta perché mai sazia, quasi infinita) è qualcosa che supera ogni dettaglio fisico o sentimentale, travalica persino il tempo. Perché ridurre la sua vita ad un complesso rapporto con la realtà quando la sua vita si è confrontata con domande quasi inimmaginabili per la maggior parte delle persone?
Sembra che il regista si sia dimenticato del titolo che ha dato al film, La teoria del tutto, l’ambiziosissimo progetto di Hawking: spiegare con «una sola, semplice ed elegante equazione», i segreti di tutto il meccanismo dell’universo.
Il film mi ricorda Einstein, la miniserie televisiva di Liliana Cavani sul genio tedesco (guarda). Ma almeno lì si trattava di una riduzione per il piccolo schermo, dunque l’indulgenza sul carattere e sui rapporti con la famiglia era giustificata.

Mi verrebbe da fare un ragionamento analogo per The Imitation Game, la pellicola di Morten Tyldum sulla vicenda di Alan Turing, matematico inglese, considerato uno dei padri dell’informatica. Nonostante la bravura di Benedict Cumberbatch e di Keira Knightley, io qui ci ho visto poco più di una riedizione di Enigma (di Michael Apted, 2001, guarda), il film dedicato al celebre codice per messaggi criptati ideato dai tedeschi e poi decifrato dagli scienziati inglesi (Turing in testa) di Bletchey Park durante la seconda guerra mondiale.

Ma Turing è stato molto di più: la sua sconfinata visione del mondo lo ha portato ad un isolamento via via più pervicace, finché la grettezza del conformismo dell’epoca non ha finito per condannarne l’omosessualità.

La sua grandezza sta in questo dualismo ancora oggi affascinante: l’immensità del suo sguardo e la piccineria del mondo che non sa guardare oltre la superficie. Il film, pur concedendo spazio alla sua personalità, si focalizza su un racconto schematico e a tratti persino scontato della vicenda di Turing: l’impegno come crittografo, le difficoltà con i colleghi e con la compagna, i pessimi rapporti con le autorità. Ma manca la grandezza dello scienziato, tratteggiata solo nella capacità istrionica dell’attore.

In conclusione, mi viene in mente una riflessione che potrebbe essere anche una provocazione: non erano forse meglio i film per la televisione realizzati da Roberto Rossellini negli anni Settanta su scienziati e filosofi, da Cartesio (guarda) a Pascal (guarda)?

Didascalici, semplici e senza alcuna pretesa autoriale, mettevano in ombra volutamente il racconto del personaggio per concentrarsi, didatticamente, sul pensiero. Intento divulgativo laddove dar corpo a qualcuno è troppo difficile.
Nel caso di Hawking e Turing, forse, ci avremmo guadagnato.

rscorranese@corriere.it

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