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L’inchiesta di Iacona sulla scuola italiana

Nella scuola distrutta vince l’ottimismo della volontà

di Luigi Galella

   La scuola è argomento comune e impopolare. Coinvolge quasi la metà della popolazione, tra docenti, operatori, famiglie e alunni, ma quando se ne parla un velo di rassegnata apatia e indifferenza vela l’attenzione e la capacità di comprendere. Come se le difficoltà in cui versa si potessero attenuare con un sorriso e uno sbadiglio, disincantati, come se rimuoverla dall’orizzonte ideale fosse l’unico antidoto alla concreta impossibilità di affrontarne i disagi. Comunissima la scuola, e aspra e dura. Brutta, sporca, cattiva: altro che “buona”. Merito e coraggio di Riccardo Iacona averle dedicato quasi un’intera serata, domenica su Rai3, a Presa Diretta. Nient’affatto faziosa o apocalittica, anzi. Perché catastrofici, invece, si poteva essere nel raccontarla. Calandosi nel suo quotidiano inferno. Frequentandola e dialogando coi ragazzi, coi professori, coi presidi, lontani dagli slogan mistificatori, che autoassolvono chi ne è istituzionalmente responsabile. Gli autori del lungo reportage, Alessandro Macina ed Elena Stramentinoli, hanno invece scelto un profilo ottimistico. L’ottimismo della volontà, che anima le comunità scolastiche, capaci di reagire allo sconforto nudo e crudo dei numeri: il 3% delle risorse del Bilancio pubblico dello Stato contro il 6% europeo, con l’Ocse, che non manca occasione di muovere documentate critiche ai governi italiani; 4 miliardi di crediti degli Istituti nei confronti del ministero, “inesigibili”, come si dice nel gergo bancarottiero; stipendi falcidiati negli ultimi sei anni dai reiterati blocchi di contratti e scatti d’anzianità; classi – soprattutto le prime superiori, le più delicate – che si ingrossano e ingolfano, determinando le condizioni per una mortalità scolastica fra le più alte d’Europa. Per non dire delle strutture: servirebbero 50 miliardi di euro per rimetterle decorosamente in piedi, altro che inutili e dispendiose Tav o velleitari ponti sullo Stretto: quella sì che sarebbe una “buona scuola”.   MA IACONA ha mostrato ciò che si può fare, anche senza l’aiuto dello Stato, distratto o assente. Con mezzi propri, utilizzando i tablet che molti a casa possiedono, con la didattica laboratoriale che coinvolge gli alunni in prima persona, coi libri di testo realizzati e stampati dagli stessi docenti, a un decimo del prezzo delle case editrici. Ci si può arrangiare, nonostante i numeri infelici, con le risorse della speranza e della determinazione. Considerando che è infruttuoso piangersi addosso, e che la vera lezione, a scuola, è comprendere che i suoi tesori sono immateriali, che il bene più prezioso non si può mettere in tasca: l’incontro, ad esempio, con un docente o un alunno che ti cambierà la vita. Soltanto con l’ottimismo della volontà messo in campo da alcuni istituti, come il Labriola di Ostia, il Majorana di Brindisi, il Lussana di Bergamo, o con metodologie innovative di singoli docenti come Dianora Bardi, fra le prime a introdurre l’uso del digitale, si può attutire e combattere lo sconforto. Si può lavorare, quindi, perfino senza risorse. Questo è quanto racconta il reportage. Non “a senso unico”, com’è stato impropriamente twittato. Ma forse nell’unico senso possibile per chi ha voglia di conoscere la scuola. E amarla, senza curarsi del contesto in cui vive.

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