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Sul comitato di valutazione dei docenti

 l'espressodi Mariangela Galatea Vaglio

Una delle parti più strombazzate della riforma della scuola di Renzi è il “Comitato di Valutazione”, ovvero un gruppo di persone che dovrebbero da quest’anno valutare gli insegnanti per assegnare ai più meritevoli un bonus economico (che in realtà si ridurrà molto probabilmente a pochi euro in busta paga, ma vabbe’). Il Comitato di Valutazione non è però una novità. Esiste da anni, infatti, in tutte le scuole, ed era formato in precendenza dal Dirigente (ovvero da quello che tutti continuano a chiamare “il Preside”) e da alcuni colleghi, ma i suoi compiti erano più limitati: doveva infatti a fine anno dare una valutazione positiva o negativa sui colleghi neoassunti, consentendo loro di superare così il cosiddetto “anno di prova”, e diventare quindi insegnanti di ruolo a tutti gli effetti.

Da quest’anno, invece, il Comitato “giudicherà” anche l’operato dei colleghi già in ruolo, e sarà formato non solo dal Dirigente e da due insegnanti, ma anche da  due genitori e, per gli istituti superiori, anche da un rappresentante degli alunni.

La cosa, strombazzata come una novità epocale, si è già in parte arenata nei meandri della burocrazia ministeriale, giacché a tutt’oggi non è ancora stato spiegato come e con che criteri dovrebbero essere scelti ed eletti i due genitori del Comitato. Saranno quelli eletti in Consiglio di Istituto? Si autocandideranno? Saranno scelti con elezioni ad hoc fra i genitori ? Nell’attesa che qualche circolare ministeriale chiarisca le modalità, l’unica indicazione finora filtrata è di aspettare a nominare o eleggere chicchessia, e aspettare. Siamo in Italia, del resto.

Fra gli insegnanti e persino fra i Dirigenti (sì, non si dice mai, ma fra quelli che sono spesso meno entusiasti della Riforma Renzi ci sono anche loro, i Presidi, che si trovano buttati in prima linea a gestire tutto senza avere neppure sotto mano precise indicazioni), il Comitato di Valutazione non è particolarmente amato. Non è solo il problema morale o etico di finire in un Comitato dove vai a giudicare i colleghi con cui lavori a fianco a fianco ogni giorno. Non è solo il problema economico che neppure è chiaro come sarai eventualmente retribuito per farlo (e, insomma, se devo rischiare di inimicarmi mezzo istituto, desidererei almeno essere certo che ne valga la pena dal punto di vista della busta paga, perché attirarsi l’odio di molti e per giunta anche gratis richiederebbe una buona dose di spirito di sacrificio o sarebbe indice di un serio problema psicologico nel valutatore).

E’ proprio che persino gli insegnanti con decine di anni di esperienza quando devono fornire dei criteri per giudicare i colleghi o anche il proprio lavoro si sentono piuttosto perplessi e non sanno bene cosa suggerire. Il tema, da anni, è al centro anche della ricerca a livello universitario, e neppure i guru della didattica ne vengono a capo. Figuriamoci noi, che della didattica siamo gli operai.

Sì, lo so che chi non lavora nella scuola e la vede da fuori ogni volta che sente questo discorso comincia a dire che ecco, sono le solite manfrine sindacali, noi professori non vogliamo farci valutare, siamo presuntuosi e nullafacenti e odiamo rendere conto del nostro operato. So anche che i genitori che saranno chiamati ad entrare nel Comitato vi arriveranno pieni di entusiasmo e convinti di saper immediatamente stilare dei criteri per capire se il prof. Tizio è bravo e il prof. Caio no. E so anche che dopo poche sedute finiranno per arenarsi davanti agli stessi problemi con cui ci scorniamo noi, che questo mestiere lo facciamo ogni giorno.

Intendiamoci: valutare un insegnante pessimo è relativamente facile se il professore, più che pessimo, è pure un buzzurro scorretto e infingardo. Se arriva in ritardo a lezione, ciondola nei corridoi per prendere il caffè o manda gli alunni a ciondolare perché glielo portino, legge il giornale platealmente in classe invece di fare lezione, non interroga, non spiega nulla, salta lezioni adducendo fantasiose malattie, etc. Ma questi individui qua, anche se molti non lo sanno e il Governo ha fatto finta di ignorarlo quando ha magnificato la sua nuovissima riforma, già prima potevano essere sanzionati se il Dirigente ci si metteva di tigna. Questi, dunque, di sicuro non potranno concorrere al famoso “bonus” in più. E del resto, visto che comunque si tratta di pochi spiccioli al mese, probabilmente non si strapperanno nemmeno per questo le vesti.

Il problema sono gli altri, che poi sono la maggioranza dei professori e degli insegnanti italiani. Quelli che in classe ci sono, spiegano, interrogano, hanno i registi mediamente in ordine, sono mediamente puntuali, non ciondolano per i corridoi, prendono saltuariamente il caffè dalle macchinette e magari finiscono di berlo giusto in attimo prima di iniziare a parlare, fanno lezioni mediamente comprensibili e più o meno centrate a seconda dell’argomento o della giornata, o anche dell’ora (perché è umano, alla quinta o sesta ora non sei brillante come alla prima, e spesso ci sono classi che per jella di orari mal combinati vedi solo alla quinta e sesta ora per tutto l’anno). Quelli che fanno il loro dovere, spesso con coscienza e con dedizione, ma a seconda degli anni hanno risultati altalenanti, proprio perché ogni classe è diversa e non sempre il feeeling scatta con tutti gli alunni.

Ecco, questi qua, come li valutiamo? Perché la Riforma ci dice che dovremmo premiarli sulla base degli apprendimenti degli alunni. Ma per valutare questi famosi apprendimenti, non ci sono in realtà parametri oggettivi. No, per piacere, non ditemi che si deve guardare le prove degli INVALSI. Gli INVALSI, anche se si volesse sceglierli come parametro per misurare se uno insegna bene (e tutti dimenticano sempre che non sono pensati per quello, tanto per cominciare), sono però prove di italiano e matematica. Quindi, anche a volerli assumere come criterio, non servono a nulla per capire, per esempio, se un collega di arte o di inglese fa bene il suo lavoro. Allora spiegatemi: se uso gli INVALSI il bonus lo do solo ai colleghi di lettere e di matematica e gli altri ciccia? Per giunta, gli INVALSI li faccio solo in determinate classi, non tutti gli anni. E per gli altri anni su che dati mi baso per verificare gli apprendimenti?

Ok, direte voi, ma i genitori possono ben capire se un professore in classe è bravo o no, e anche i colleghi. Ecco, pure su questo ho qualche dubbio. O meglio, io sono assolutamente sicura che siano certi di saperlo. Ma quando poi si va a indagare su quali basi siano fondate le loro granitiche convinzioni, le si scopre alquanto scricchiolanti.

Per esempio, i colleghi. Posso io mettere la mano sul fuoco che il collega X sia bravo? Ho dei criteri oggettivi per dirlo? A dire la verità, no. Prima di tutto perché io ed il collega X possiamo insegnare materie diverse. Io, per esempio, insegnato italiano. Posso avere una idea abbastanza precisa di come si imposti una efficace lezione di italiano, e sarò per giunta convinto che il metodo che io scelto per le mie lezioni sia il migliore del mondo, ma confesso che non sono in grado di valutare per esempio una lezione di matematica, o di tecnica, o di inglese. Quella che a me potrebbe sembrare una lezione poco riuscita magari invece usa qualche tecnica utilissima per l’insegnamento di quella disciplina specifica. Poi, anche  la mia valutazione della impostazione didattica del collega potrebbe essere molto viziata dalle mie convinzioni poco oggettive: mettere un insegnante che odia i lavori di gruppo a valutare un collega che invece li ama, o viceversa, e vedrete scorrere il sangue.

Ma, in assenza di dati oggettivi sull’apprendimento nelle classi, che non ci sono, come valutare chi dei due ha ragione, alla fin fine? Inoltre c’è anche il piccolo particolare che io, per quanto collega, non sono fisicamente in classe mentre l’altro spiega, e magari non ho la sua stessa classe. E le classi diverse fanno la didattica: perché ogni classe è una strana alchimia e non esistono in realtà soluzioni che funzionano bene in tutte.

Avrebbe più senso se, come si fa in altri paesi europei, ci fosse almeno una rete di ispettori che vanno sistematicamente nelle scuole e danno una valutazione “esterna” basata su criteri enunciati a livello nazionale e uguali per tutti, che poi viene passata alla scuola. Non sarebbe nemmeno quella “oggettiva”, ma almeno avrebbe il pregio di essere un occhio dal di fuori sull’operato di ogni singolo docente. Ma soldi per fare questo non ci sono, quindi ciccia.

Se già sono impicciato io a valutare, e faccio lo stesso mestiere, non oso pensare in quali peste si troverà un genitore eletto in Comitato. Che se poi è genitore di uno degli alunni del valutando, be’, un qualche problema di conflitto di interessi ce lo potrebbe avere, e se non è genitore non sa in pratica neppure di chi si parla, quindi è ancora più in difficoltà. Si dirà: infatti il Comitato non discuterà i singoli casi di insegnanti, ma solo fornirà dei criteri generali per la valutazione. Eh, ok, e qui ricadiamo nel caos di prima: su che basi, su che dati e in base a cosa?

L’indicazione data dai sindacati a questo punto è stata chiara: i docenti che accetteranno di fare parte del Comitato di Valutazione dovranno cercare di far approvare criteri che non abbiano come base il merito del singolo, ma il suo impegno nella istituzione scolastica. Cioè in pratica dovranno dire che va premiato chi si offre di ricoprire cariche in commissioni, fa il coordinatore di classe, il vicepreside o il fiduciario di plesso, etc., dedicando a queste attività molte ore oggi spesso solo in parte retribuite o fatte per puro volontariato. Che, lasciatemelo dire, è un’altra di quelle cose che mi lasciano piuttosto perplessa. Perché io lo so, come lo sappiamo tutti noi insegnanti, che senza queste figure di colleghi che partecipano alle commissioni e ai comitati la scuola non andrebbe avanti, e troverei giusto che venissero retribuiti di più di quello che oggi avviene. Ma non ho capito però cosa esattamente questo abbia a che fare con il lavoro “vero” dell’insegnante, che è, banalmente se vogliamo, insegnare.

Il collega che accetta di fare gli orari, organizzare le gite, far funzionare le commissioni e spesso dedica a questo valanghe di ore è certo meritorio. Però non è il bravo insegnante. Perchè il bravo insegnante molto spesso tutti questi incarichi non li prende o ne accetta pochi proprio perché preferisce stare a casa a preparare le lezioni per il giorno dopo, correggere le verifiche, leggere libri per aggiornarsi. Se passa l’idea che per ottenere aumenti e gratifiche uno debba necessariamente ingorgarsi di compiti extra a scuola e entrare in dieci commissioni e sottocommissioni passando tutti i pomeriggi a occuparsi di faccende sostanzialmente burocratiche, il rischio, serio, è che tutti, ma proprio tutti passeremo sì il pomeriggio a scuola, e questo renderà felici quelli che si arrabbiano perché secondo loro lavoriamo poche ore. Però non avremo più tempo, salvo farlo di notte e male, per preparare le nostre lezioni. Quindi magari risulteremmo tutti sulla carta meritori e dediti al lavoro, ma i nostri alunni alla mattina si ritroveranno in classe dei mezzi zombi che ammaniscono lezioni impapocchiate.

Ecco, quando noi insegnanti ci arrabbiamo per la nuova idea di valutazione che la Riforma Renzi introduce, i motivi sono questi. Non è che non vogliamo essere valutati, o temiamo di esserlo. E’ che, siccome valutiamo per mestiere i nostri alunni, sappiamo anche quanto difficile sia farlo e quanto spesso arbitrari rischino di essere i criteri, soprattutto se vengono concertati con gente che non è nemmeno del mestiere e poco conosce le dinamiche della scuola e delle classi. Il rischio è che a risultare meritevoli e degni di avere aumenti siano alla fine fine i professori più “simpatici”, o quelli che magari sanno fare meglio le pubbliche relazioni, che vendono per metodi didattici vincenti quelli che più seguono le mode del momento e piacciono ai genitori o al Ministero (per esempio, adesso vietato parlare di lezioni frontali e via con tutto quello che è “digitale”, anche se non è poi provato che serva a qualcosa davvero). Oppure che risultino bravissimi sulla carta colleghi che invece fanno solo uno spaventoso monte ore a scuola ad occuparsi di questione pratiche, ma poi magari non aggiornano i metodi o la proposta in classe da decenni, perché, molto banalmente, sono così presi a fare altro che non hanno più tempo per insegnare davvero.

Io da insegnante, al di là del fatto che possa essere giudicata meritevole o meno e guadagnarmi quella manciata di euro in più che il Comitato alla fin fine distribuirà, mi domando prima di tutto se ciò abbia un senso.

Scatenare dinamiche che grazie al cielo ancora non c’erano o erano molto ridotte nel mondo della scuola, cioè la competitività esasperata fra insegnati (che invece funzionano bene quando lavorano in team) per accapparrarsi pochi spiccioli, rovesciare su un corpo docente già provato e spesso umiliato anche l’ansia si essere valutato con criteri comunque abbastanza aleatori e poco efficaci, non mi sembrano i metodi migliori per rendere l’ambiente scolastico più vivibile e nemmeno più efficiente.

E questo è l’ambiente in cui saranno immersi i ragazzi.

Sarà un buona scuola, e io un gufo, ma non mi pare granché.

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