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Francesca Di Benedetto – Milioni di europei contro il Ttip

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C’è un grande cavallo gonfiabile nel cuore d’Europa. L’ha portato in segno di protesta il movimento “Stop Ttip”: secondo gli attivisti, il “Transatlantic Trade and Investment Partnership” non è che un cavallo di Troia per lo smantellamento dei diritti. Dietro il trattato per il libero scambio transatlantico, dicono, si nascondono il liberismo dei più forti elevato a sistema, e lo smantellamento dello stato sociale. Ma soprattutto, si cela una “parademocrazia” dove in nome del profitto le grandi multinazionali possono scavalcare la sovranità popolare, con tanto di tribunali per citare in giudizio i governi se un investimento risulta compromesso. Mentre si avvicina il nuovo round negoziale tra Ue e Usa, previsto a fine mese a Miami, il cavallo giocattolo fa il giro d’Europa e il coordinamento indice la protesta fino al 17 ottobre.

L’onda comincia da Bruxelles, dove il 7 ottobre il movimento ha consegnato oltre tre milioni e duecentomila firme di europei che chiedono l’interruzione immediata dei negoziati. Ne sarebbe bastato un milione. Ma la Commissione ha comunque respinto la richiesta come non valida: bloccare un negoziato non corrisponde a una “proposta legislativa”. Questioni di forma. Ma in nome della sostanza, i manifestanti hanno quindi invaso sabato le strade di Berlino con una pacifica sfilata: 250mila, secondo gli organizzatori. La catena umana prosegue con flash mob ed eventi in tutta Europa, città italiane incluse. Il 15 è anche previsto un “assedio virtuale” al Consiglio europeo con tweet e mail di dissenso al Ttip. Il malcontento cresce, mentre intanto l’America ha raggiunto proprio questo mese l’intesa sull’accordo gemello che la lega all’area del Pacifico, il Tpp.

Il fatto è che il negoziato Usa-Ue nasce con il peccato originale dell’opacità, incrinata all’inizio solo dalle rivelazioni che Wikileaks ha rilasciato su questo e altri trattati analoghi (il Tisa ad esempio, che riguarda la liberalizzazione dei servizi). Sul Ttip, l’organizzazione di Assange ha persino messo una taglia: dall’11 agosto a oggi, oltre 109mila dollari sono stati raggiunti per “comprare verità” da un qualche whistleblower. Il contributo economico iniziale è arrivato da nomi come Yanis Varoufakis, Vivienne Westwood, Glenn Greenwald, Evgeny Morozov, Slavoj Zizek. La Commissione ha provato a indorare la pillola, mettendo online parte della documentazione. Ma la questione rimane aperta. E ce n’è un’altra altrettanto scottante, che la accompagna: il peso dei grandi interessi privati nella formulazione del futuro “sistema Ttip”: l’obiettivo della omogeneità di regole sotto la bandiera del libero scambio ha effetti anche su consumatori, lavoratori, cittadini in genere. E gli interessi pubblici risultano sottorappresentati sin da quei 597 incontri (a porte chiuse) della Commissione: l’88% è con grandi aziende, il 9% con la società civile (i dati li fornisce il Corporate Europe Observatory).

Anche sul piano economico, i benefici del Ttip sono controversi: alcuni sottolineano che porterebbe vantaggi solo ai grandi player, mentre la Commissione calca la mano su una crescita presunta, che comunque stima a non oltre lo 0,5% del Pil entro il 2027.

E se davvero i sostenitori della visione economica pro Ttip avessero ragione, se la crisi del 2008 non dovesse farci da lezione in fatto di diseguaglianza, se quindi avesse torto Naomi Klein quando ci dice che “ormai quel modello neoliberista ha fallito, neppure i suoi fautori sbandierano più quelle idee, anzi Piketty riscuote consenso anche tra loro”. Sì, insomma, mettiamo che il Ttip si rivelasse la panacea dell’economia europea (cosa tutt’altro che evidente), rimarrebbe la grande questione democratica. Lo sa bene l’Europa, che dopo anni di integrazione economica e commerciale anteposta a quella politica, è ancora alle prese con una governance democratica incerta. E lo si vede alla massima potenza con il trattato che promette di legarci agli Stati Uniti per questioni di mercato, ma che avrà un impatto molto più ampio.

Un indizio? I tribunali ad hoc. Gli ex “Isds”, recentemente addolciti nella versione “Ics” (International Court System), sono l’esempio concreto di come il sistema Ttip può anteporre le logiche commerciali del libero scambio alle tutele e alla sovranità dei cittadini. Se infatti un privato ritiene che le scelte di un governo stiano intaccando i suoi investimenti e interessi commerciali, garantiti dal Ttip, allora può citarlo nell’apposito tribunale, l’Ics. Non è distopia: è già realta, un sistema simile è già attivo ad esempio con l’accordo Nafta. E la lista di casi analoghi è lunga: nel 2012 Vattenfall chiede al governo tedesco 700 milioni di compensazione per la scelta di ridurre il nucleare. Poi c’è Philip Morris vs Uruguay, con la richiesta di 2 miliardi e dello stop alle nuove regole di disincentivo del fumo. E ancora il caso Fracking-Quebec, Cargill-Messico, e molti altri.

Il sistema Ics, avallato anche dal Parlamento europeo con una “larga intesa” di socialisti e popolari, “consente di citare gli Stati”, spiega Monica Di Sisto, portavoce Stop Ttip Italia. “E il giudizio viene dato non sulla base delle nostre leggi, ma sulla base delle norme del trattato, che ha come principio cardine l’abbattimento degli ostacoli alla facilitazione commerciale. Nei tribunali del Ttip conta il Ttip: chi non intende adeguarsi paga sanzioni. E oltre a questa “paraorganizzazione” ci sarà anche la cooperazione regolatoria: un livello politico e tecnico ancora indefiniti decideranno se accogliere le richieste dei portatori di interesse e se procedere a omologare le leggi per facilitare i flussi commerciali. Anche un certo tipo di tutele nel contratto di lavoro potrà figurare come ostacolo al commercio”.

“Immaginate cosa significa? L’impatto che può avere?”, si appassiona Di Sisto. “Ecco perché il no al Ttip è ampio, con varie sfumature. Ci sono le preoccupazioni delle piccole e medie imprese o degli agricoltori, per esempio. E poi ci sono gli amici americani, c’è lo storico gruppo di Seattle, che in 15 anni è molto cresciuto”. Gli Stop Ttip sono i “no global” della maturità, post crisi del 2008? “Non ci piace chiamarci così, non siamo né antieuropeisti né antiglobalizzazione. Semplicemente, pensiamo che la globalizzazione vada governata. Non possiamo lasciare questo compito alle multinazionali, ma ai cittadini”.

L’elenco delle iniziative sul sito della Campagna Stop TTIP Italia

Il sito internazionale

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