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C’è ancora spazio per la didattica nella cattiva scuola di Renzi?

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di Giovanni Di Benedetto

un-edificio-scuola-materna-coperto-di-arcobaleniLa legge 107 di Renzi non è ancora entrata a pieno regime e tuttavia gli effetti devastanti sulla tenuta della scuola pubblica sono ogni giorno che passa sempre più evidenti. È sempre più chiaro che a venire meno, in un dispositivo perverso che in questo momento sembra avere cancellato ogni possibile spazio di manovra, sia l’idea, cara ai nostri padri costituenti, di potere aspirare ad una scuola fondata sui principi di uguaglianza e di libertà. Uguaglianza nel diritto allo studio, nel tentativo di offrire a tutti le stesse condizioni di possibilità relativamente all’apprendimento, indipendentemente da quali possano essere le ragioni e le origini sociali. Libertà nel garantire l’esistenza di uno spazio laico e aperto nel quale possano esprimersi, senza condizionamenti di sorta, i plurali e molteplici stili di insegnamento. In fondo era questo il fine a cui aspirava l’istituzione degli organi collegiali con i decreti delegati del 1973. Scuole e docenti in concorrenza La dimensione aziendalistica sembra, in certi istituti e in certi collegi dei docenti, avere oramai la preminenza: è diventato sempre più frequente vantare i successi della propria scuola, in termini di iscrizioni, di riconoscimenti, di partecipazione alle iniziative pubbliche e ai congressi più strampalati (si sa, bisogna pur sempre riempire la platea di ascoltatori), di apertura di canali preferenziali per enti esterni che sono tutto fuorché preparati a svolgere la funzione di formatori e educatori. Tutto questo, non c’è dubbio, ha un certo consenso. Ci sono parecchi colleghi che preferiscono fare gli accompagnatori e dedicarsi all’intrattenimento piuttosto che stare in classe a lavorare sulla didattica. La “Buona scuola” premia questo indirizzo, valorizza la dimensione di progettificio, gratifica, anche economicamente, chi si sottrae alla fatica del lavoro in classe con gli studenti. Il problema è che questa retorica nauseabonda di auto incensamento spesso si inceppa sulla soglia della prima aula scolastica dove si entra per insegnare. Lo scarto tra i proclami e gli spot pubblicitari, che glorificano ogni istituto come il migliore degli istituti possibili, e la realtà, è sotto gli occhi di tutti. Eppure desta impressione e sconforto testare la doppiezza che spesso aleggia oramai nei nostri momenti di discussione all’interno degli istituti scolastici. I docenti che fanno finta di essere d’accordo, gli studenti che sanno che avranno garantita la promozione, i dirigenti che ipocritamente dichiarano di essere costretti a seguire le direttive ministeriali. Da tutto questo deriva che a essere danneggiati sono la didattica, il ruolo dell’insegnante, la sua autonomia e la sua integrità. La “chiamata diretta” del dirigente dall’albo territoriale crea discriminazioni inaccettabili tra i docenti, le norme relative alla “valorizzazione del merito” introducono di fatto, all’interno dell’istituzione scolastica, forme di competizione che mortificano la dignità professionale dell’insegnante, l’apertura attraverso l’alternanza scuola-lavoro ad agenzie esterne rende l’offerta formativa uno spezzatino di attività ed eventi senza senso che molto spesso non hanno alcuna ricaduta sulla crescita umana e intellettuale degli studenti. Insomma, l’aziendalizzazione della scuola pubblica sta avvelenando il clima mentale e sociale tra colleghi e personale all’interno della scuola e procurerà un danno profondo alle future generazioni abbagliate da miti egoistici, irretite dall’assunzione di modalità relazionali iperindividualistiche e narcotizzate dalla trasmissione di forme comportamentali narcisistiche e passivizzanti. La svalutazione della funzione docente e della didattica Da qui, e dal disagio psichico che nei giovani già adesso si sedimenta, deriva inevitabilmente la necessità di fare i conti con le retoriche della “Buona scuola”. Innanzitutto, mettendo alla berlina l’idea che una scuola davvero buona sia possibile esautorando lo spazio della didattica e sostituendolo con l’ideologia propagandistica e mercificante della formazione al lavoro. La riforma Renzi ha prodotto effetti disastrosi, non so quanto recuperabili sul piano della consapevolezza di sé, ossia sull’idea che, trasformati sempre di più in intrattenitori, imbonitori e accompagnatori, gli stessi insegnanti hanno della propria funzione docente. La didattica, si diceva, rischia di non avere più alcun peso. Se in passato, di fronte al susseguirsi di riforme distruttive, ci si poteva chiudere nella propria aula e continuare a lavorare per il bene del gruppo classe, adesso questa exit strategy non è più praticabile. Ora ogni occasione è buona per sottrarre sistematicamente il gruppo classe allo spazio della didattica, per saltare la lezione, in alcuni istituti si sono inventati pure le passeggiate didattiche ai grandi centri commerciali. Si veda, ancora, per esempio, il modo in cui è stata implementata l’alternanza scuola-lavoro. Nei licei sembra abbastanza chiaro che l’efficacia è nulla, se non per ciò che concerne l’effetto propagandistico che si avvale di retoriche come quelle che insistono nel sostenere che la scuola deve preparare all’inserimento nel mondo del lavoro. Tuttavia, l’ingresso di agenzie esterne nella scuola attraverso il dispositivo dell’alternanza, costringe a sacrificare ore di lezione, riduce il docente ad una cessione di sovranità a enti e personale spesso impreparati e che si muovono solo sulla base delle proprie esigenze organizzative, non certo in funzione dei bisogni formativi dei ragazzi. E così gli studenti, sottoposti in continuazione a un’inaudita quantità di laboratori, attività, spettacoli, performences teatrali e musicali, stage, come se dovessero essere piacevolmente intrattenuti, vengono umiliati e si disorientano annegando dentro una paccottiglia di proposte prive di un orientamento di fondo e un indirizzo di senso comuni. Li si può vedere smarriti e annoiati, demotivati perché confusi e sballottati da un dibattito ad un incontro con l’autore, da un laboratorio a uno stage, senza che abbiano cognizione di cosa stiano facendo. Per non parlare degli effetti sul mercato del lavoro: il buon economista sa che ogni dannata deflazione salariale passa per la creazione di un esercito di lavoratori sottopagati, senza contribuzione e flessibili. Servono anche a questo i nostri poveri studenti. Lavoro in classe versus intrattenimento La svalorizzazione della funzione docente e della didattica, del resto, fa il paio con un altro messaggio, più o meno sotterraneo, veicolato dalla scuola di Renzi. È la predilezione per un approccio che, si potrebbe dire, solletica e sollecita il narcisismo delle nuove generazioni: è la scuola 2.0, le attività che vi si svolgono devono essere veloci e fugaci, mai ripetitive, divertenti nella loro banale superficialità, in un certo qual senso devono avere una certa spettacolarità, cioè devono mostrarsi attraverso performances, apparire attraverso spettacoli, senza però che alla teatralità corrisponda un percorso di scoperta e crescita interiore. E, come si diceva, devono svolgersi, possibilmente, al di fuori dell’aula scolastica, prediligendo estemporaneità e un approccio mordi e fuggi. Ma a ben vedere è chiaro che, dietro la cortina fumogena dell’intrattenimento e del divertimento, si restringono gli obiettivi di apprendimento, limitati essenzialmente all’addestramento di una futura manovalanza passiva e al saper fare di una futura forza lavoro omologata. E il sapere pensare? Il problema è che un approccio del tipo di quello sopra descritto non esercita la funzione critica degli studenti e delle studentesse, non valorizza il loro diritto a diventare soggetti in grado di avviare autentici percorsi di liberazione. Mi viene in mente il romanzo di E. L. Doctorow “L’acquedotto di New York”, nel quale la voce narrante affidata a McIlvaine, caporedattore del “Telegram”, si affida a Edmund Donne, capitano della polizia municipale, per rintracciare il giovane giornalista freelance Martin Pemberton. Scrive Doctorow: “Il modo in cui arriva l’illuminazione … è attraverso minuscoli brandelli di monotona realtà, ognuno dei quali aggiunge il suo pezzetto di mosaico luminoso alla visione finale.” La bravura di Donne consiste nel suo metodico e certosino lavoro di investigazione e di ricerca. Lentezza, pazienza, costanza, riflessività, rigore, ripetitività, concentrazione, silenzio, monotonia, profondità, sono le parole a cui penso se devo calare nel lavoro di studio e di apprendimento gli elementi che possono condurre a processi di soggettivazione, ossia a percorsi formativi che conducano i discenti a diventare soggetti. Soggetti e non assoggettati. Insomma, occorre cominciare a capire che dobbiamo intraprendere un’operazione di verità, denunciando la poderosa operazione mistificante e omologante messa in campo dai poteri forti egregiamente rappresentati da Renzi e dai suoi corifei. E, per questa via, magari riuscire anche a fare i conti con l’assunto ideologico e fintamente neutro, per il quale si può pretendere, veicolando vuote parole d’ordine come formazione al lavoro, valorizzazione del merito, premialità delle competenze, di metter al bando la soggettività di docenti e discenti, e quindi il conflitto. Perché se è pur vero che, dopo le straordinaria protesta di massa delle primavera del 2015, si è innescata una spirale passivizzante che ha reso la categoria dei docenti rassegnata e, soprattutto, fin troppo timida e paurosa, è anche vero che le testimonianze di malessere e disagio di fronte alla finta modernizzazione della scuola voluta dalla legge 107 sono sempre più numerose. Dentro il contesto di crisi e stagnazione che attanaglia il Paese ormai da dieci anni non è detto che tali testimonianze non possano avere svolte inattese e, abbandonando la dimensione carsica cui sono costrette in questo momento, esplodere, tracimare e sfociare in una, quanto mai auspicabile, nuova stagione di lotte.

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